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venerdì 5 dicembre 2025

I MIEI LIBRI - 2025

IL DESERTO DEI TARTARI (2024) 

Adattamento a fumetti dell'omonimo libro di Dino Buzzati, che non credo abbia bisogno di presentazioni. Uno dei lavori più difficili da me realizzati (e credo che Pasquale Frisenda possa dire altrettanto), ha richiesto anni di gestazione, ma ha avuto un ottimo riscontro sia tra i lettori del romanzo che tra gli appassionati di fumetti. Presentato al Salone del Libro di Torino nel 2024, è stato ristampato quest'anno. Info per i collezionisti: l'unica differenza le sole differenze tra le due versioni consiste  consistono nella raffigurazione della mappa della fortezza nei risguardi della copertina e nel colore del dorso e della quarta di copertina. Color sabbia per la prima edizione (non più disponibile presso l'editore), celeste per la seconda. Il volume ha vinto due premi ANAFI, per la miglior pubblicazione a fumetti da libreria e per il miglior disegno. 

 

 

NATHAN NEVER - TERRE LONTANE (2023)

Il volume contiene la ristampa di quattro avventure del nostro agente Alfa ambientate in luoghi remoti, lontano dalla metropoli.

Le belve è una storia molto dura, forse una delle più dure mai pubblicate sulla serie, ed è strutturata come un legal thriller: Nathan Never indaga su un crimine di guerra, una strage di civili compiuta da un plotone di soldati della Federazione nel territorio del Margine.

Le voci della città è un’avventura particolare. Nasce in uno scenario familiare ai lettori della serie (il Dirty Boulevard visto nel n.32), ma è composta da tre storie che, a dispetto del titolo, non si svolgono nella metropoli, e che non vedono Nathan protagonista. Una di queste storie non è completamente mia, perché è l’adattamento in chiave “futuribile” di un famoso racconto di Jack London, intitolato In un paese lontano.

Flashpoint è una delle storie a cui sono più affezionato. Indagando su una serie di attentati incendiari, Nathan si trova a rievocare alcuni fatti drammatici della sua infanzia nella valle di Gadalas. Una storia di quelle definite coming of age, a metà strada tra un classico-classico come Tom Sawyer e un classico moderno come Stand by Me.

Operazione Terra Mater chiude questa selezione di storie inusuali, invece, con un’avventura che rimette in scena dopo anni un personaggio fondamentale per la saga di Nathan, e a me molto caro: la procuratrice distrettuale Sara McBain. Una perfetta “chiusura del cerchio” per questo volume, dato che anche questa avventura si svolge nel Margine, così come Le belve.

I disegnatori di questo volume sono, nell’ordine, Stefano Casini, Onofrio Catacchio & Andrea Bormida, Guido Masala e Roberto De Angelis. 

 


NATHAN NEVER - DOPO L'APOCALISSE (2020)

Contiene la ristampa di quattro storie magnificamente illustrate da Giancarlo Olivares. La prima è una lunga avventura composta di tre episodi, 282 pagine in tutto. Racconta un momento particolare della storia di Nathan Never, un nuovo inizio dopo la sconvolgente avventura raccontata nei cinque episodi precedenti, e che aveva avuto un finale, appunto, apocalittico. Proprio per questo, nonostante la storia fosse molto drammatica e dovesse culminare con un addio, mi impuntai per scrivere un finale in qualche modo “positivo”, che lasciasse un buon sapore in bocca al lettore. Una curiosità: il vero addio in questa storia non è nel finale, ma prima. È l’addio definitivo a un personaggio “minore”, ma in qualche modo fondamentale, nella saga di Nathan Never. Per questo gli ho voluto regalare una uscita di scena solenne, che Olivares ha rappresentato con una tale efficacia da farmi provare una punta di rammarico per la mia scelta. La quarta storia del volume (Vittime e carnefici) non è scritta da me, ma da Riccardo Secchi, perfettamente a suo agio in quel mix di thriller e mood malinconico che è uno dei marchi di fabbrica della nostra serie.

 

 NATHAN NEVER - SEGNALI DALLO SPAZIO (2018)

Questo volume contiene la ristampa di quattro storie disegnate da Roberto De Angelis. 

Infiniti universi

Una storia celebrativa, pubblicata in occasione dei dieci anni di vita del personaggio, e basata sull’idea degli universi paralleli. Anche se non è affatto una storia ironica (al contrario, è piuttosto malinconica), è tutto sommato un modo complice di festeggiare il decennale della testata, strizzando l’occhio ai lettori affezionati. C’è il Nathan Never del presente (il presente di allora, 2001), il Nathan Never del passato, e un Nathan Never come sarebbe potuto essere. 

Segnali dallo spazio

L'inafferrabile - La torre dell'orologio 

Queste due storie trattano di alieni. Le avevo scritte sforzandomi, in qualche modo, di uscire da quel filone di detection che è la caratteristica del “mio” Nathan Never. Ma non amo quel tipo di fantascienza, e non considero queste due storie significative del mio modo di scrivere. Per fortuna Roberto De Angelis le ha disegnate in maniera spettacolare, in particolare quella intitolata Segnali dallo spazio. Perciò, probabilmente questo volume è più rappresentativo del suo talento che del mio.  

Anche se Caravan è una di quelle che chiamiamo “mini-serie” (uscì in edicola in 12 albi pubblicati a cavallo tra il 2009 e il 2010, per un totale di 1.128 pagine), è il lavoro a cui sono più legato. Una specie di autobiografia immaginaria, se vogliamo. È una serie diversa dai canoni che ormai chiamiamo familiarmente “bonelliani”, e in effetti ha intercettato una fascia di lettori diversa dal solito, che non segue abitualmente le nostre serie. Sono molto soddisfatto di questa edizione da libreria, che è riveduta e corretta rispetto alla pubblicazione mensile e ripropone tutte le copertine degli albi originali e alcuni schizzi inediti. E non solo: la prefazione sotto forma racconto, inedita, è a tutti gli effetti un “micro-sequel” della serie. Il mio unico rammarico è il formato non proprio agilissimo, due volumoni di circa seicento pagine ciascuno. Avrei preferito un’uscita distribuita in tre volumi di quattro episodi, ma mi dicono che questo formato “malloppo” è comunque gradito dai lettori. Non mi dilungo oltre, perché di Caravan ho già parlato ampiamente in questo blog, qui, e ovviamente nel blog dedicato alla serie, all’epoca. 
 
 
 
 
 
Questo volume è diverso dalle altre ristampe: ha la copertina cartonata ed è formato più grande (20 x 26,5 cm). Contiene la ristampa di un’avventura in due parti, uscita tra il 1992 e il 1993, a un anno e mezzo di distanza dall’inizio della serie. Ed è una storia fondamentale per il nostro personaggio. Vi si racconta infatti il suo passato e soprattutto quello che i manuali di sceneggiatura chiamano il fatal flaw, il difetto fatale che ha segnato la vita dell’eroe. Fin dall’inizio avevamo scelto di non calare subito tutte le carte e di svelare il passato di Nathan Never un po’ per volta. Cominciammo a farlo con questa storia, che per fortuna fu apprezzatissima dai lettori. Anche perché, per la prima volta nella storia della casa editrice, un protagonista dimostrava tutta la fragilità dell’uomo sotto la corazza dell’eroe. Illustrata da Nicola Mari, con un bianco e nero reso con maestria sorprendente per un autore così giovane, la storia è tuttora ricordata con affetto dai lettori "storici". E, per chi non avesse mai letto Nathan Never, potrebbe essere una buona introduzione al personaggio.  

 

martedì 2 dicembre 2025

SFIDA ALL'O.K. CORRAL

 

Per chi non l’avesse ancora capito, Sfida a Coffin Rock, l’albo n. 414 di Nathan Never, non è ispirato a Per un pugno di dollari, né a Tombstone, né a un film in particolare (c’è solo una scena ricalcata esplicitamente sulla scena di un film western, che non rientra nel filone dei film suddetti). Si ispira invece al fatto storico raccontato (più o meno liberamente) da quei film e da altri ancora: cioè la famosa sparatoria all’O.K. Corral avvenuta a Tombstone, Arizona, il 26 ottobre del 1881 (alle due e mezza del pomeriggio, se vi interessa saperlo). Trenta secondi di fuoco che passarono alla Storia, ma soprattutto al Mito, entrando nel nostro immaginario per restarci.

Detto molto in sintesi, perché la vicenda che portò alla sparatoria è lunga, intricata ed ebbe sanguinosi strascichi anche molto tempo dopo, si trattò di un regolamento di conti tra due clan rivali: quello degli Earp, composto dai fratelli Wyatt, Virgil e Morgan, più “Doc” Holliday, e quello dei Clanton. Quest’ultimo comprendeva i fratelli Ike e Billy Clanton, Frank e Tom McLaury e Billy Claybourne, più un paio di altri tipacci che non parteciparono alla sparatoria, Johnny Ringo e Curly Bill Brocius.

Gli Earp, per quanto non fossero stinchi di santo, erano ufficialmente dalla parte della Legge: a Tombstone Virgil Earp aveva il ruolo di town marshal (sceriffo cittadino). I Clanton invece erano cowboys, ufficialmente mandriani, ma in realtà ladri di cavalli. Erano però amici del County Sheriff (sceriffo della contea), Johnny Behan, che non era uno stinco di santo neanche lui, e pensavano di poter spadroneggiare in città. Il casus belli fra i due clan fu l’arresto, da parte di Virgil Earp, di due rapinatori amici dei Clanton. Dopo un violento diverbio tra Ike Clanton e “Doc” Holliday, entrambe le fazioni decisero di chiudere i conti, e il giorno dopo si affrontarono all’O.K. Corral. L’esatto svolgimento dei fatti non si saprà mai. Quello che è certo è che dopo mezzo minuto di fuoco solo Wyatt era illeso. Virgil, Morgan e Holliday erano ancora in piedi, benché feriti. I fratelli McLaury e Bill Clanton giacevano nella polvere. Ike Clanton era scappato, così come Billy Claybourne, ferito. La sfida all’O.K. Corral era finita, e cominciava la leggenda. 

Ora, tornando a Nathan Never: pensavo di essere il primo a trasportare l’O.K. Corral in un contesto fantascientifico, ma, come dice la Legge di Serra sull’Idea: “Se ti sembra originale, l’ha avuta un altro prima di te. Se ti sembra geniale, l’hanno avuta in dieci.”. E così è bastata una breve ricerca (ovviamente a storia conclusa) per scoprire che il Serra non sbagliava.

Nel 1881 l’alieno Macklin precipita sulla Terra, più esattamente a Tombstone. Purtroppo ha perso la memoria, non ricorda chi è, né che sono stati i feroci Kra’agh ad attaccare la sua astronave. La sua compagna Doris lo raggiunge e gli ricorda chi è, ma intanto due Kra’agh si sono uniti alla banda Clanton... e si scontreranno anche loro con gli Earp all’O.K. Corral. 

Questa è la trama di Pianeta di Frontiera (Frontier Earth, 1999), il cui autore è un trait-d’union vivente tra western e SF. Bruce Boxleitner è noto anche da noi per il suo ruolo, quello del giovane Luke Macahan, nella celeberrima serie TV Alla conquista del West (1976-1979). Ma è stato anche il comandante Sheridan nella serie SF Babylon 5 (1994-1998). Nel 2001 ha dato un seguito a Pianeta di Frontiera con il romanzo Searcher.

E gli incroci con la fantascienza non finiscono qui, perché nel 2010 gli Earp e i Clanton riappaiono in versione steampunk nel romanzo di Mike Resnick The Buntline Special. Qui Thomas Alva Edison è incaricato dal governo di combattere la magia Apache con la tecnologia, e gli Earp devono proteggerlo con l’aiuto dello scrittore-inventore Ned Buntline. I Clanton, da parte loro, hanno un alleato particolare: il pistolero Johnny Ringo, tornato dalla morte e assetato di vendetta contro gli Earp... 

 

Niente di cui meravigliarsi, in fondo. Già Star Trek aveva preso spunto dalla sfida all’O.K. Corral per il sesto episodio della terza stagione: Lo spettro di una pistola. In questa storia Kirk, Scott, McCoy e Chekov sono trasportati dai Melkotiani in una Tombstone ricreata, dove devono affrontare gli Earp nei panni dei Clanton.

 


Paradossalmente, a dare ancora più spazio alla famosa sfida entrata nella mitologia degli USA è una serie di SF inglese: Doctor Who. Nella terza stagione (inedita in Italia) lo scontro tra Earp e Clanton coinvolge il Dottore (William Hartnell) per ben quattro episodi. Tutto comincia quando il Tardis (la macchina del tempo) deposita il Dottore a Tombstone, e questi è in preda a un fortissimo mal di denti. Non gli resta che cercare un dentista, e un destino bizzarro lo fa incappare in “Doc” Holliday, mentre Wyatt Earp offre protezione ai suoi compagni d’avventura, Steven e Dodo. Inutile dire che si innesca un meccanismo di equivoci che porterà il Dottore e i suoi amici a prendere parte alla famosa sparatoria.

Per quanto riguarda i fumetti, gli Earp e i Clanton compaiono anche nella saga del tenente Blueberry, per l’esattezza nel ciclo Mister Blueberry (1995) scritto e disegnato da Jean Giraud. Impossibile, poi, non citare la biografia a fumetti Wyatt Earp (1974) realizzata da Rino Albertarelli per la collana I protagonisti, edita dalla Daim Press (la futura Sergio Bonelli Editore). Si trattava di una serie di biografie sui protagonisti del West, caratterizzate da un grande rigore storico. A proposito del volume su Earp, scrive Ned Bajalica: "spazza via tutte le favolette che hanno fatto di Earp un eroe (...) e lo dipinge come un uomo frustrato, fallito, uno squallido giocatore d'azzardo, violento e senza scrupoli, che riduce la moglie in fin di vita, oltre che a un vigliacco, un bugiardo e un assassino che si nasconde dietro la stella che indossa (...) ma soprattutto racconta la vera storia della sfida all'O.K. Corral, di certo molto diversa da come l'abbiamo appresa (...)" 

Insomma, Earp non fu affatto l'eroe integerrimo che nel capolavoro di John Ford Sfida infernale (My Darling Clementine, 1946) sfoggia il volto rassicurante di Henry Fonda. E allora perché abbiamo imparato a conoscerlo come tale? Perché la sua fama fu cementata, a due anni dalla sua morte, dalla biografia Wyatt Earp, Frontier Marshal (1931), scritta da Stuart N. Lake. Earp aveva comunque contribuito alla stesura del libro che, per dirla gentilmente, fu tutt'altro che obiettivo e veritiero. Ma dopotutto, così andavano le cose. Il dialogo finale di un altro capolavoro di Ford, L'uomo che uccise Liberty Valance, spiega tutto. Il senatore Stoddard (James Stewart) ha appena raccontato al reporter Scott chi uccise davvero il bandito Valance, e gli chiede: "Come, non pubblicherete questa storia, signor Scott?". Questa è la risposta: "No, senatore. Qui siamo nel West... dove, se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda." 

Uno degli adattamenti più famosi della sfida all'O.K. Corral è quello dell'omonimo film di John Sturges. Forse meno bello del film di Ford, è quello con la colonna sonora più suggestiva, con la canzone scritta dal grande Dimitri Tiomkin e cantata da Francesco Paolo LoVecchio, in arte Frankie Laine. 



 

 

 


mercoledì 18 gennaio 2023

IN UN MONDO PERFETTO

In un mondo perfetto, le sceneggiature dei fumetti verrebbero scritte, disegnate, completate col lettering e poi pubblicate a una data stabilita. Ma questo non è un mondo perfetto.

La realizzazione della storia di Nathan Never ora in edicola cominciò nel 2008, col titolo di lavorazione Alla fine del giorno. Questo albo avrebbe dovuto essere il primo del ciclo Intrigo Internazionale, poi pubblicato nel 2019. All'epoca, la nostra idea era di cominciare questa sequenza di storie in medias res: improvvisamente scopriamo che Nathan Never ha lasciato l'agenzia Alfa ed è diventato un private eye con tanto di cappello e impermeabile bogartiano. Perché? Che cosa è successo? I lettori lo avrebbero scoperto negli albi successivi. Ma questo non avvenne.

La sceneggiatura di Alla fine del giorno fu affidata alle matite di Roberto De Angelis, che dovette però interrompere il lavoro per disegnare il primo albo di Caravan, la mia miniserie uscita nel 2009. Poi, appena terminato Caravan, Roberto dovette dedicarsi completamente e improrogabilmente a Tex. E così la lavorazione del ciclo di storie con Nathan “occhio privato” si arenò prima di cominciare. Trattandosi di una serie di storie collegate fra loro, non era possibile scriverle se il primo episodio non era pronto. Vista la situazione, non continuai la sceneggiatura, di cui avevo scritto meno di una trentina di tavole. Quelle già disegnate finirono in un cassetto e tutti noi ce ne dimenticammo. Almeno fino a quando non realizzammo effettivamente il ciclo Intrigo Internazionale, partendo da un'idea diversa e con tutt'altro sviluppo.

A quel punto il problema era: che cosa fare col materiale già realizzato per Alla fine del giorno? Non era possibile proseguire la scrittura secondo il soggetto originale, essenzialmente per un motivo pratico: di quel soggetto, a dieci anni di distanza, avevo solo un vaghissimo ricordo. E c'era un altro problema: la storia sarebbe stata in contraddizione con la situazione presente di Nathan Never, che sì, aveva lasciato l'Agenzia Alfa, ma poi vi era rientrato per diventarne il direttore. Come uscire da questa impasse? Con un bel poʼ di lavoro.

Il testo di quella trentina scarsa di tavole è stato radicalmente riscritto, e il resto della storia è stato scritto ex novo, in base a un'idea che, per quanto vago sia il mio ricordo, non era presente nella versione del 2008. E che non mette in contraddizione l'albo con la continuity attuale. Non è stato un lavoro facile, ma neanche così difficile come mi sembrava in un primo momento.

Più difficile è stato trovare un disegnatore che proseguisse l'albo in continuità grafica con lo stile di De Angelis. Alla fine la nostra scelta è caduta su Simona Denna, e si è rivelata azzeccata. Simona ha fatto uno splendido lavoro, adeguando il proprio segno a quello di De Angelis, senza riprodurlo in maniera smaccata.

Così, a dieci anni di distanza dall'inizio della sua lavorazione, Alla fine del giorno arriva in edicola molto diversa da come era stata pensata, a cominciare dal titolo, che non cita più la canzone Private Investigations dei Dire Straits. La storia avrebbe dovuto concludersi con una carrellata dall'interno dell'ufficio di Nathan all'esterno, con le vignette scandite dai versi della canzone. 

And what have you got at the end of the day

what have you got to take away
a bottle of whisky and a new set of lies
blinds on the window and a pain behind the eyes.
 
L'idea per la tavola finale la ricordo benissimo, a differenza di tutto ciò che la precedeva: l'ultima sequenza di vignette avrebbe mostrato Nathan dietro la finestra, in una silhouette schermata progressivamente dai listelli delle veneziane che si chiudevano (“blinds on the window...”), fino a sparire ai nostri occhi. L'ultima vignetta, con la didascalia “...and a pain behind the eyes” sarebbe stata completamente nera.

Ma questo non è un mondo perfetto in cui ogni nostro desiderio si realizza. Il finale della storia ora è diverso. In ogni modo, spero che ne siate soddisfatti come lo sono io. 

 
 
Le prime tre tavole della sceneggiatura del 2008 
 


martedì 23 agosto 2022

"SAPER DISEGNARE" NON BASTA


"Il disegnatore di fumetti... si nasce così o lo si diventa? Il disegnatore è un artista? Un bohémien? Un masochista? Un cretino? I fumetti si fanno a mano o a macchina?" . Nella vignetta di Los Profesionales di Carlos Gimenez, gli interrogativi di un mestiere di cui nessuno conosce realmente i segreti. Nemmeno chi lo fa.

 

Giacomo (nome di fantasia) era (ed è ancora) un disegnatore tanto bravo quanto lento. Quando un disegnatore faceva mediamente una ventina di tavole al mese, lui ne faceva quattro o cinque. Tavole ricchissime e zeppe di dettagli, molto belle a vedersi... ma affidare una storia a Giacomo significava aspettare l’arrivo dell’esercito nemico alla fortezza Bastiani. Nell’attesa si consumava una vita. 

Al curatore, che lo sollecitava ad accelerare, Giacomo rispondeva: “Il problema è che ho un segno ricco”. “Certo, perché fai migliaia di righine e di trattini sottilissimi, che oltretutto non vengono fuori in stampa.” “Ma quello è il mio stile”. È il mio stile è la magica formula che secondo i disegnatori vanifica qualsiasi obiezione. “Scusa, non vedi che qui il personaggio ha la testa troppo piccola?” “È il mio stile”. “Hai messo una secchiata di neri in questa vignetta, non si capisce che cosa succede!” “È il mio stile”. “È il mio stile” significa in sostanza: “Non so proprio di che cosa stai parlando, non riesco a focalizzare il problema e dunque non ho la minima idea di come risolverlo. E come non puoi vuotare l’oceano né invertire la legge di gravità e far cadere una mela al di sopra dell’albero, non puoi cambiare il mio modo di disegnare.” 

A questo punto puoi solo allargare le braccia e sperare che a smuovere il disegnatore provveda l’Onnipotente: magari facendo in modo che la moglie gli regali due gemelli, o che gli vada a fuoco la casa e che l’assicurazione non paghi, lasciandolo al verde e in disperato bisogno di liquidità. Mentre aspettavi questo miracolo, però, la sola cosa da fare era tenere la storia di Giacomo fuori dalla programmazione e mettere accanto al titolo di lavorazione un asterisco che significava “uscirà quando sarà pronta”. 

E poi successe: venne il giorno fatale in cui a Giacomo fu affidato un albo che, per motivi di programmazione, doveva assolutamente uscire entro una certa data. La storia fu inserita in scaletta e le fu assegnata una data d’uscita. Questa volta Giacomo avrebbe dovuto marciare di buon passo e rispettare la consegna. “Non preoccupatevi - disse Giacomo - Ho trovato un nuovo stile che mi consente di andare veloce”. Era vero... a metà: Giacomo ora aveva un segno che, se non proprio sintetico, risultava indubbiamente meno “carico”. 

Il problema era l’altra metà dell’affermazione. Dopo uno sprint alla partenza, Giacomo rallentò la produzione fino a tornare ai soliti ritmi. All’avvicinarsi della data di consegna fu chiaro che non avrebbe ultimato la storia in tempo utile. A questo punto il curatore ricorse alla minaccia più terribile: “Se non consegni entro la scadenza, sarà un altro disegnatore a finire il tuo albo”. In un’ideale scala di calamità per un disegnatore, vedere il proprio albo terminato da altri equivale ad accorgersi che suo figlio assomiglia un po’ troppo all’idraulico. Cioè, è un’onta inaccettabile. Ogni disegnatore, anche l’imbrattafogli più incapace, è convinto di essere un novello Michelangelo. Puoi far completare il suo albo da Magnus redivivo, ma lui non ammetterà mai che la mano altrui sia migliore della sua. Dunque, era ipotizzabile che di fronte a questa minaccia Giacomo consegnasse in tempo. Non ci riuscì. Il suo lavoro fu portato a termine da un altro disegnatore, che imitò perfettamente il suo stile. E nessuno dei lettori si accorse del cambio di mano (a essere sinceri, nemmeno io). 

Sono passati molti anni da allora. Giacomo ha cambiato stile ancora una volta, sempre alla ricerca di quel segno magico che gli consentirà di disegnare almeno quindici o venti tavole al mese. Le sue tavole sono ottime. La sua velocità no. Il problema di molti disegnatori è proprio concentrarsi sul disegno, pensandolo solo in termini “esecutivi”, di abilità manuale. “Saper disegnare” significa fare un disegno “ricco”, iperdettagliato. E dunque, se devo essere veloce, basterà “alleggerire” il segno, giusto? No. Sbagliato. La velocità di esecuzione ha poco o niente a che fare con la quantità di china (o di bite) che finisce sul foglio. 

Perché la velocità non è solo quella della mano. È anche quella del pensiero. Ci sono disegnatori che leggendo la sceneggiatura capiscono all’istante come impostare le vignette. Sanno già che cosa dovranno disegnare, non hanno bisogno di rimuginarci sopra. Questo è un meccanismo inconscio, che scatta nella mente di chi ha letto tonnellate di fumetti e visto centinaia di film. Ma è anche qualcosa che si impara col tempo, è una dote che si può affinare. Perché la pratica conta. Se disegni una cosa dieci volte, alla decima volta la disegnerai più in fretta della prima. Perché sai come si fa, sai come ottimizzare i tempi. Ma neanche questo ti aiuterà a essere più veloce se non riesci a uscire dalla mentalità dilettantesca del “più segni metto, più è bello il disegno”, se non riesci a capire che nel fumetto il disegno non è tutto.

Per finire, ecco due esempi di disegnatori agli antipodi nel segno, ma ugualmente veloci. 

Una tavola di Roberto De Angelis, dalla storia Infiniti universi (Nathan Never n. 120). Col suo stile plastico e tutt’altro che sintetico, De Angelis riusciva a realizzare anche venti tavole al mese. Un giorno si recò in redazione per la solita consegna. Per motivi di continuità della serie gli furono richieste corpose modifiche in diverse tavole, e gli fu chiesto di quanti giorni avesse bisogno per il lavoro. “Ma no, lo faccio ora”, disse lui. Si sedette a un tavolo e realizzò tutte le modifiche in mattinata, sotto gli occhi increduli dei presenti.

 

Una tavola di Stefano Casini dalla storia I combattenti dell’isola (Nathan Never n. 352). Noterete che in questa tavola non ci sono sfondi. Il segno è essenziale e i tratteggi sono minimi. La profondità di campo è data dal taglio dinamico delle inquadrature e dall’uso sapiente dei neri compatti. L’economia nel segno non si risolve in una tavola “povera”. Oltre a un grande controllo sul tratto, tavole come questa rivelano una estrema lucidità nell’approccio. Il disegnatore ha fin dal primo momento un’idea chiara di che cosa disegnare e che cosa tralasciare.


sabato 19 giugno 2021

TRENT'ANNI DOPO


"Il futuro dell'avventura - l'avventura del futuro!" Con questa locandina, nel mese di giugno 1991, le edicole pubblicizzavano l’uscita di una nuova serie a fumetti, Nathan Never.

Ricordo perfettamente il momento. Camminavo per le strade di Cagliari, quando passando davanti a un’edicola buttai l’occhio sui fumetti esposti. E lo vidi. Agente Speciale Alfa. Il numero 1 di Nathan Never era lì sullo scaffale, tra Martin Mystère, Dylan Dog e tutti gli altri. E ricordo perfettamente anche ciò che provai: un tuffo al cuore e, un attimo dopo, un’ansia tremenda. Non era più un sogno che si agitava dentro le nostre teste, non era più la proiezione mentale di un futuro possibile. Adesso il campionato era cominciato, giocavamo in serie A, e l’arbitro aveva appena fischiato il calcio d’inizio.

Antonio Serra e io non avevamo ancora trent’anni, e Bepi Vigna appena qualcuno di più. Quando il progetto di Nathan Never fu approvato, il nostro trio lavorava per la casa editrice da pochi anni. Avevamo realizzato appena una manciata di sceneggiature per Dylan Dog, Martin Mystère e Nick Raider. A distanza di tanto tempo, mi chiedo perché Sergio Bonelli ci diede fiducia e ci permise di realizzare una serie tutta nostra. Gli eravamo simpatici? Gli facevamo tenerezza e voleva darci una chance come un buon papà? Oppure, col suo collaudato fiuto di editore, aveva capito che avevamo in mano le carte buone per una serie di successo?

Non ebbi mai il coraggio di chiederglielo, e oggi un po’ lo rimpiango. E poi, tutto sommato, mi rendo conto che il successo di Nathan fu anche il frutto di una irripetibile congiunzione astrale. Arrivammo al momento giusto: il successo di Dylan Dog era ormai conclamato e contribuiva a rendere cool  il medium fumetto, portandolo sotto i riflettori dei mass media. E contemporaneamente si affacciava alla ribalta professionale una nuova generazione di disegnatori, che interpretavano la lezione del fumetto italiano classico con un dinamismo “americano”. Noi avevamo dalla nostra l’entusiasmo della gioventù e, lasciatemelo dire, la capacità per sfruttarlo al meglio. Non stavamo cercando di rivoluzionare il fumetto mondiale. Semplicemente, volevamo fare una cosa che ci piaceva. E ci riuscimmo, ripagando la fiducia dell’editore.

Il successo di Nathan Never è stato decisamente popolare, in ogni senso. La nostra serie non è mai stata una serie coccolata dalla critica, non ha vinto una ricca messe di riconoscimenti alle varie manifestazioni fumettistiche, ma è stata premiata dall’affetto di un pubblico entusiasta e, per molti anni, numerosissimo.

Certo, in quel fatidico giugno 1991, eravamo ben lontani da immaginare tutto questo. Il futuro – quello di Nathan e il nostro - era ancora tutto da scrivere.

Oggi molti lettori ricordano ancora certe storie di Nathan Never legate a un particolare momento della loro vita: la prima ragazza, le vacanze al mare, un trasloco, e poi la nascita del primo figlio, perché dobbiamo imparare a “essere padri prima che vendicatori”. Nathan è stato un compagno di viaggio per loro come per noi, e da scrittore non posso pretendere una gratificazione migliore. 

 Tavola di Nicola Mari da Nathan Never n. 19, 
L'undicesimo comandamento

Non saprei cos’altro aggiungere. Anche se trent’anni sono un bel pezzo di vita, e di cose da dire ce ne sarebbero tante. Ma, come dicevano nel film di un altro trio, “Non ce la faccio... troppi ricordi”.

Ci vediamo in edicola col numero 361 di Nathan Never, L’ultimo volo, sceneggiato dal sottoscritto e magnificamente illustrato da Simona Denna. Copertina di Sergio Giardo.


 
Non ero in cerca di un aiuto speciale
non perseguivo grandi obiettivi 
avevo già raggiunto il traguardo
pensando soltanto a una serie di sogni.

Bob Dylan, Series of Dreams


Non voglio essere una vignetta 
in un cimitero di vignette.

Paul Simon, Call Me Al


giovedì 26 settembre 2019

GRAZIE, SERGIO

settembre 2011

Lo chiamavo “signor Bonelli” e gli davo regolarmente del lei. Non ho mai tentato di dargli del tu, né lui mi ha mai invitato a farlo. Il nostro era un rapporto di reciproco rispetto, pur nel gioco delle parti che imponeva all’editore di tirare le briglie e all’autore imponeva di cercare di allentarle. So che qualche volta – anche se lui non mi ha mai rimproverato direttamente – l’ho fatto arrabbiare. E sicuramente lui sapeva che qualche volta ha fatto arrabbiare me.

Ho frugato nella mia memoria alla ricerca di un ricordo preciso, di un aneddoto significativo sul “mio” Sergio Bonelli. Mi sono tornati in mente tanti momenti, quasi tutti piacevoli, alcuni perfino divertenti. E alla fine ho scoperto di esserne geloso, e perciò mi perdonerete se li tengo per me.

Ma c’è qualcosa di più di un aneddoto, che vorrei condividere.
Al funerale, con un groppo alla gola nel vedere la folla radunata per l’ultimo saluto, ho pensato due cose. La prima è che Sergio Bonelli aveva intrecciato la sua vita con quella di tante persone. La seconda cosa che ho pensato è stata che tra quelle persone c’ero anch’io. E che potevo ritenermi fortunato per questo.

Nell’estate del 1989 Sergio Bonelli disse di sì alla folle proposta di una serie di fantascienza. Folle non solo perché non c’era mai stata una serie di fantascienza a fumetti realmente popolare in Italia, ma anche perché la proposta veniva da tre giovani di cui il più grande era poco più che trentenne, e la cui esperienza professionale ammontava a così poche sceneggiature che potevi contarle sulle dita di una mano.

Ripensandoci oggi, a sangue freddo, quella non era nemmeno la proposta di un progetto. Era una sfida. Bonelli la raccolse.

Due anni dopo, Nathan Never uscì in edicola. E la sfida fu vinta. La serie fu un grande successo. Anche se non paragonabile per dimensioni a quello di Dylan Dog, quello di Nathan Never forse è stato l’ultimo vero successo “popolare” del fumetto italiano.
Per me, per i miei amici Antonio Serra e Bepi Vigna questo cambiò molte cose. Beh, diciamo pure che cambiò quasi tutto. Qualcuno ha detto: “Quando hai un sogno sta’ attento, perché potrebbe avverarsi”. Se credete che sia stata una passeggiata, no, non lo è stata.

Eppure non posso fare a meno di pensare che per me, se non ci fosse stato Nathan Never, non ci sarebbero state nemmeno altre cose belle e importanti. Non so quale direzione avrebbe preso la mia vita se quel giorno d’estate Bonelli avesse detto – e aveva mille ragioni per farlo – “No, grazie”.

Invece ci disse sì.

Ci diede la sua fiducia. E anche se personalmente credo di averla ripagata, a tutt’oggi non ho idea del perché ce l’avesse concessa. Per pudore non gliel’ho mai chiesto, e ora non potrò più farlo. Non potrò nemmeno dirgli grazie di persona.

Lo faccio ora, e per la prima e ultima volta mi permetto di dargli del tu: grazie, Sergio.

Per la tua fiducia, per i sogni avverati e sì, anche per le fatiche quotidiane che hanno reso irripetibile questa avventura.

Grazie per questo pezzo di vita.


 
 foto dal sito www.sergiobonelli.it

venerdì 4 marzo 2016

PERO', LA VITA...

Righe scritte a caldo, nel 2012, poco dopo la scomparsa di Lucio Dalla.


Come molti miei coetanei, Lucio Dalla l’ho conosciuto con la canzone Fumetto, sigla della trasmissione televisiva Gli eroi di cartone. Sarà stata la magia dell’infanzia, ma Dalla per me irradiava buonumore. Ed è stato così anche quando, ormai adolescente, l’ho sentito cantare canzoni piene di malinconia.

Ripensando alla sua discografia, c’è una cosa che mi colpisce e che apprezzo oggi forse più di ieri. Anche nei suoi testi più difficili e “impegnati”, come si diceva negli anni settanta, non c’è mai stata quella rabbia cieca – contro la società, i potenti, il destino – che diventa livore nichilista.

C’è sicuramente una sana indignazione “politica” alla base di canzoni (da lui interpretate, ma non scritte) come Itaca, Le parole incrociate o L’operaio Girolamo, ma che trova la sua controparte in altri pezzi programmaticamente leggeri quando Dalla comincia a scriversi da sé i testi (o a scriverli senza scriverli, come il gramelot di Pezzo Zero). Basti pensare alla surreale, spassosa sarabanda Corso Buenos Aires, per non parlare della famosissima Disperato Erotico Stomp.

Quella di Dalla non era un’ironia a denti stretti, utilizzata come estrema difesa dalle brutture del mondo. Era il segno di una capacità genuina di lasciarsi andare, di cogliere l’attimo e cantare la gioia delle cose della vita.

martedì 5 gennaio 2016

"NATHAN" CHI?

Nel 1990, mentre la serie di Nathan Never era in preparazione (avrebbe visto la luce nel giugno 1991), per una serie di inspiegabili circostanze mediatiche si instaurò un clima di attesa intorno al fumetto. Contrariamente a quanto pensano molti, Sergio Bonelli non orchestrò nessuna campagna pubblicitaria per la nostra serie, che ebbe - come si usava e si usa tuttora - la pubblicità sulla quarta di copertina delle altre testate bonelliane. Forse ad attirare l'attenzione dei media fu l'esplosione del fenomeno Dylan Dog (che nel 1990 vendeva già la bellezza di duecentomila copie, e continuava a crescere). O forse fu semplicemente la curiosità per la prima vera serie di fantascienza popolare prodotta in Italia. Fatto sta che, ancora prima che il numero 1 fosse in edicola, pubbliche amministrazioni e circoli culturali cominciarono a richiedere l'allestimento di mostre sul personaggio.I giornali reclamavano interviste. I lettori bramavano anticipazioni. Il nome di Nathan Never cominciò a rimbalzare perfino sulle pagine dei quotidiani. Dopo il debutto in edicola, preso da giovanile entusiasmo, per un anno conservai tutti i ritagli della rassegna stampa e selezionai i più interessanti. A rileggerli oggi, venticinque anni dopo, fanno quasi tenerezza (ma mi stupisce ancora il giudizio tranchant del vignettista Gianni Allegra, che più che offendere noialtri offende i lettori). Ripropongo qui la trascrizione di alcuni di quei ritagli, ricordo di un tempo lontano in cui la strategia dell'hype non esisteva, e i lettori aspettavano i fumetti pregustando la gioia di leggerli.

CHIARO, NO?
il nuovo corso del fumetto campano
Tex hai chiuso, arriva Dylan Dog
-Nella fabbrica della fantasia nasce Nathan Never -
(titolo da La Repubblica ediz. Napoli, 5/12/90)

OTTIMISMO SERRIANO
"...in Dylan Dog c'è il sangue, ci sono le donne nude, quindi il successo. In Nathan Never no."
(intervista ad Antonio Serra su "Nuova Vicenza", 25/4/91)

OTTIMISMO BONELLIANO
"...il modello è Blade Runner, ossia ciò che potrebbero essere Milano o Roma tra dieci anni."
(Sergio Bonelli, intervistato su "L'opinione", 11/12/90)

PRECISIONE & ESATTEZZA
"Al circolo culturale di via Belfiore 24 alle 22 Anteprima di Nathan Never: Antonio (anziché Bepi, ndr) Vigna e i vignettisti (sic) Bastianoni Brothers presentano l'ultimo personaggio della Sergio Bonelli Editore"
(da "Stampa Sera", 23/5/91)

LE PUNTE
"All'incontro di giovedì parteciperanno Antonio Vigna (sic) che, come si è visto, è uno degli ideatori, e i fratelli Bastianoni, che rappresentano una delle punte più importanti del fumetto contemporaneo."
(da "Torino 7" 17-23/5/91, allegato a "La Stampa")

ARTE E CULTURA
"...saranno proiettate una serie di diapositive che hanno lo scopo di spiegare tutto il percorso creativo, in merito a Nathan Never, compiuto dagli autori, sia culturale che artistico."
(da "il Tirreno", 8/6/91)

... BUM!
"Prendete Blade Runner, sommatelo a Alien e Guerre Stellari, con l'aggiunta di un eroe molto umano e credibile: ecco Nathan Never (...)"
(da "Il Giorno", 30/6/ 91)

THE ANSWER, MY FRIEND...
"Ma chi è Nathan Never? Cosa nasconde nel suo angosciante passato? E' un eroe o un antieroe?"
(da "il Tirreno", 8/6/91)

NATHAN NEVER E' DI TUTTO UN PO'...
"Un po' Harrison Ford, un po' Humphrey Bogart, un po' cowboy e un po' poliziotto."
(Da "Il Secolo XIX, 18/6/91)

UN FENOMENO CONSOLATORIO...
"Un fenomeno consolatorio (...) Quella faccia da uomo che non deve chiedere mai, quella mancanza di ironia, quel modo di fare da reazionari. Tutto già visto, retaggio degli anni '80. Piacciono alla gente disinformata, distratta, che non vuole sapere niente (...)"
(G. Allegra, citato da "La Stampa", 30/6/91)

UN CAVALLO...
Parliamo di Nathan Never, ultimo cavallo di razza della scuderia di Sergio Bonelli (...)
(da "L'Unità" del 2/7/91)

"QUASI" NEGATIVO...
"...il primo eroe "quasi" negativo della casa editrice di Tex e Dylan Dog"
(da "La Nazione", 5/5/91)

ALL'ANTICA
"Umanismo un po' all'antica, consolatorio, il suo, molto lontano dall'umanismo tragico di Mills e Deathlok. Un risultato (o meglio un punto di partenza) che non ci sembra granché invitante."
(da "Il Manifesto", 22/5/91)

mercoledì 17 giugno 2015

ALTRIMENTI CI ARRABBIAMO (dicembre 2007)


Dovrei imparare a leggere i messaggi che il Destino mi manda. Nel 1988, quando pubblicai su Nick Raider la storia intitolata Saigon, un lettore scrisse una lettera furibonda alla casa editrice, lamentando che il sottoscritto “parteggiava sfacciatamente per i Vietcong”. Ora, 1) Se si parteggia, si parteggia. “Sfacciatamente” cosa vuol dire? 2) Se anche avessi parteggiato per i Vietcong, cosa ci sarebbe stato di male? E comunque, 3) Non parteggiavo affatto per i Vietcong.

Perciò, scrollai le spalle e non mi curai nemmeno di rispondere al lettore, lasciando il compito alla redazione. Avrei dovuto pensare al vecchio detto: "Il buongiorno si vede dal mattino". Il Destino mi stava annunciando qualcosa. E cioè che quel lettore arrabbiato sarebbe stato il primo di una lunga lista.

Pochi anni dopo scrissi una storia per Nathan Never, Terra bruciata, in cui compariva una gang di motociclisti. Un motociclista mi scrisse arrabbiato per il fatto che i motociclisti della storia erano cattivi.

Qualche anno dopo, quando cominciai a scrivere Legs, il gruppo degli arrabbiati si infoltì fino a diventare una folla. I primi a essere infuriati erano i lettori che avevano conosciuto Legs sulle pagine di Nathan Never e che detestavano con tutte le loro forze il cambio di tono narrativo. Quanto alle mie storie, non facevano arrabbiare solo i lettori. Facevano arrabbiare anche Antonio Serra. Per non parlare dell’editore. Quando uscì Fotogrammi di morte protestarono i sostenitori del cosiddetto "cinema d'autore", quel tipo di cinema che io avrei sbeffeggiato incarnandolo nel presuntuoso regista Norberto Antonucci. Addirittura, facendo riferimento alla mia intera produzione, su un newsgroup mi si accusò di scrivere storie "anticulturali".