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sabato 10 aprile 2021

JESSE JAMES, WE UNDERSTAND... (2^ parte)

 

I cavalieri dalle lunghe ombre (The long riders, 1980) di Walter Hill può contare su un’idea di casting geniale: i personaggi del film che fra di loro sono fratelli sono interpretati da attori che sono realmente fratelli. Dunque, i fratelli Keach interpretano i fratelli James, i fratelli Carradine sono gli Younger, i fratelli Quaid i Miller, e i fratelli Guest i Ford. Le intuizioni brillanti finiscono qui, purtroppo. Vero è che Hill e i suoi quattro co-autori (troppe mani per non rovinare la zuppa) forniscono la versione cinematografica più fedele della parabola dei fuorilegge, e sicuramente tengono presente La banda di Jesse James, il film firmato otto anni prima da Philip Kaufman: Jesse James ha un ruolo di secondo piano. Rimane una figura enigmatica, che James Keach interpreta con un’espressione vagamente allucinata, rendendo incomprensibile il perché Jesse sia considerato il leader della banda. A emergere, invece, è anche in questo caso Cole Younger. David Carradine dà vita a un Cole sornione e disincantato, ma che, a differenza di quello rappresentato da Kaufman, non nutre ambizioni da leader. 

David Carradine nei panni di Cole Younger

Purtroppo, tutto ciò non basta. Per quanto sia apprezzabile la ricostruzione storica, e per quanto sia impeccabile il trattamento dei tòpoi del genere (assalto al treno, duello all’arma bianca, sparatoria finale), la storia ha un andamento episodico che, mettendo in scena a turno i vari personaggi, non rivela un asse portante nel racconto. Non basta, per questo, neanche la presenza di personaggi femminili, unanimemente dalla parte dei fuorilegge, da mamma James alla giovane Beth, che lascia il pavido Ed Miller per Jim Younger. Curiosamente (ed è una contraddizione interessante), i banditi sono alla ricerca di una rispettabilità borghese, per quanto di facciata, con casa e figli.  Va controcorrente il solo Cole Younger, che però rifiuta di accasarsi con Belle Starr (Pamela Reed) "perché - le spiega diplomaticamente - sei una puttana".

Come nel film di Kaufman (e come in effetti avvenne nella realtà) la Legge non fa bella figura. Gli uomini di Pinkerton uccidono prima un giovanissimo Younger estraneo alla banda, e poi muore – anche se accidentalmente – il fratellino quindicenne di Jesse, mentalmente ritardato. 


 Il funerale del piccolo Archie James

Naturalmente, la banda non lascerà queste morti impunite. Al detective Rixley (un efficacissimo James Whitmore jr) non resta che contemplare i cadaveri alternarsi sui tavoli dell’obitorio, fino a quando, rassegnato, riuscirà a togliere di mezzo Jesse James solo convincendo i Ford a tradirlo.

Anche il film di Hill si conclude con l’omaggio dell’uomo comune ai banditi: al passaggio del treno che riporta nel Missouri la salma di Jessie James, un contadino si toglie il cappello. 

A differenza della vitalità debordante e un po’ sciamannata dei banditi di Kaufman, i fuorilegge di Hill mostrano una somiglianza maggiore con i long riders della realtà: uomini duri, introversi, legati da vincoli di sangue più forti di qualunque legge, incapaci di guardare il mondo oltre la canna della pistola. Il regista asciuga fino all’osso la loro rappresentazione filmica, ma la sterilità rappresentata diventa anche sterilità narrativa. Non c’è pietas per queste vite bruciate, e nemmeno un’indignazione “politica” per lo stupro del Sud da parte degli yankees vittoriosi, ma solo la contemplazione impassibile di una fine programmata.

Northfield, Minnesota. L'ultimo colpo del sodalizio James-Younger.

Insomma, al di là di un paio di scene efficaci (la sparatoria finale è da manuale di cinema), c’è poco di cui appassionarsi e per cui palpitare.

Non c’è morale in questa storia, se non quella che James Keach canta nella canzone Wildwood Boys (presente nella colonna sonora su disco, ma non nel film): only the strong will survive/ survival is living the longest/ but nobody gets out alive”.

 

Qui il link a Wildwood Boys (ma tutta la fantastica colonna sonora di Ry Cooder merita l’ascolto).
 
 
PS: il titolo italiano del film si inventa delle “lunghe ombre” assenti dal titolo originale. I long riders erano i fuorilegge, così chiamati per i lunghi spostamenti dovuti alla loro condizione di fuggiaschi perenni.  
 

giovedì 18 febbraio 2021

UN WESTERN PER GLI ANNI DUEMILA

 

 

Ogni volta che un film western mi delude (quindi due o tre volte all’anno da almeno quindici anni) devo rimediare con un bel western. Che può essere un classico o no. Se non è un classico, è Broken Trail – Un viaggio pericoloso (2006), film televisivo di Walter Hill, finora superato nella mia personale top ten solo da Terra di confine (Open Range) di Kevin Costner, di cui Robert Duvall riprende lo stesso personaggio (pur con altro nome): il vecchio cowboy che ha passato una vita in sella. E che ora percorre l’ultima, insidiosa pista per raggranellare quanto basta ad assicurarsi una vecchiaia serena.

In Broken Trail  l'anziano cowboy si chiama Prent (Prentice) Ritter. La sorella di Prent, in rotta col figlio, è morta e ha lasciato al solo Prent casa e terreni. Ma Prent non vuole sottrarre l’eredità al nipote Tom (Thomas Haden Church), e gli propone un patto: vendiamo tutto, compriamo cinquecento cavalli e andiamo a venderli nel Wyoming. Col ricavato ci sistemeremo a vita. Tom accetta, e i due cominciano il viaggio dall’Oregon al Wyoming. Ma sono costretti a rivedere i loro piani quando incontrano un ruffiano (James Russo) che sta scortando un altro tipo di mercanzia: cinque ragazze cinesi, destinate a un bordello di minatori, che non parlano una parola di inglese... 

 

Su un canovaccio lineare, Hill e lo sceneggiatore Alan Geoffrion costruiscono un western che svolge temi classici dentro un impianto realistico, passando con naturalezza da un registro all’altro. C’è la stessa sobrietà nella rappresentazione di una violenza “necessaria”, mai esibita volgarmente, che nella rappresentazione dei sentimenti, distillata con un leggero tocco di umorismo.

Broken Trail ha tutto ciò che ci si può aspettare da un western. C'è l’amicizia virile, il coraggio e l’onore, e un tema di base caro a Clint Eastwood: quello della “famiglia allargata” che si costituisce lungo la strada. Lo sfondo storico è quello della frontiera, una frontiera che alla fine dell’Ottocento è ormai quasi raggiunta: ma ancora ci sono città senza legge dove i conti si regolano con la pistola, popolate da avventurieri in cerca di fortuna, e da immigrati che vi trovano la morte dei loro sogni. Tutto ciò mentre procede inesorabile la graduale cancellazione dei nativi americani, perpetrata non solo con le armi, ma con le malattie. 

 


Walter Hill ha sempre fatto western, anche quando girava thriller urbani (qualcuno ricorda che l’autista di Driver non ha un nome, ed è chiamato semplicemente “cow-boy”?). Ma Broken Trail è il suo primo lavoro in cui il paesaggio non è il Territorio ostile à la Robert Ardrey attraversato dai Guerrieri della palude silenziosa, né lo scenario impassibile che protegge la fuga degli Apache di Geronimo o dei Long Riders della banda James. È un luogo di suggestiva bellezza dove è possibile fermarsi a contemplare il cielo notturno acceso di stelle, dove apprezzare una piccola gioia come immergere i piedi stanchi nell’acqua fresca, dove sognare la libertà e un futuro migliore.

Nella filmografia western degli anni duemila Broken Trail fa storia a sé. Senza negare l’iconografia tradizionale e i luoghi comuni del genere, ma anche senza ignorarne le rivisitazioni realistiche postsessantottine, Hill e lo sceneggiatore Geoffrion si tengono alla larga dalla decadenza tombale del western contemporaneo. E anzi, riaffermano testardamente il valore etico del genere, nell’affermazione di un sentimento di solidarietà umana al di sopra di ogni differenza etnica e linguistica: l’unica risorsa possibile davanti a sfide che mettono in palio il nostro destino. 

 

Doveroso spendere qualche parola per cast e crew, e cominciamo col dire che il film ha una confezione di lusso. Direttore della fotografia (Lloyd Ahern) e montatori (Freeman Davies e Phil Norden) sono collaboratori di Hill da anni. Alla colonna sonora non c’è il fido Ry Cooder, ma altri due big: Van Dyke Parks (collaboratore, tra gli altri, dello stesso Cooder) e David Mansfield (basta un titolo: I cancelli del cielo).

 

Infine, gli attori. Se può apparire superfluo sottolineare l’ennesima grande prova di Duvall, il resto del cast non gli è da meno. Bravo e convincente il co-protagonista Thomas Haden Church, se la cavano bene anche le giovani interpreti “cinesi” (in realtà canadesi; la sola Gwendolyn Yeo è nata in Asia), e in ruolo un po’ defilato – il cow-boy violinista che affianca i due protagonisti - c’è il giovane Scott Cooper, altro nome familiare per il western: è il regista di Hostiles. Efficacissimi anche i cattivi, ma più dei laidi personaggi di Chris Mulkey e James Russo resta impressa la corpulenta quanto spietata ruffiana Big Rump Kate, interpretata da Rusty Schwimmer. Ma è Greta Scacchi il cuore del film. Il suo personaggio è quello di Nola, prostituta picchiata e sfregiata dal suo ex amante, che si aggrega ai nostri per sfuggire alla vendetta di lui. In un finale struggente davvero insolito per un film western, sarà lei a ricordare a Prent – e a noi spettatori – che, anche se si raggiunge indenni la meta, si rimpiangerà sempre qualcosa che è andato perduto lungo la strada. 

Clicca qui per il trailer originale.

domenica 3 novembre 2019

NEMESI



Devo essere sincero. Detto fuori dai denti, pensavo che Nemesi mi deludesse. Perché Walter Hill ha la sua età (77 anni), l’ispirazione sembra averla persa da un bel po’, e l’ultimo suo lavoro che mi sia veramente piaciuto è il western televisivo Broken Trail, una cosa di ormai tredici anni fa. Beh, Nemesi (The Assignment, in originale) mi sembra il suo film più convincente almeno dai tempi di Undisputed (2002). E non l’avrei mai detto, con una trama che può essere riassunta così: il killer Frank Kitchen si sveglia coperto di bende in una lurida stanza d’albergo. Si toglie le bende e scopre di essere diventato una donna. Scoprirà poi che a sottoporlo a un’operazione di “gender reassignment” è stata una dottoressa folle che voleva vendicare la morte del fratello.

Curioso che un film del genere venga dal cantore di un cinema quasi esclusivamente virile, e invece qui concentrato proprio sul dualismo maschile/femminile.

È evidente che non siamo proprio dalle parti del realismo, e quello che la trama fa pensare è che si tratti di un film flamboyant alla Besson o alla Verhoeven dei bei tempi, una fiaba metropolitana dalle tinte noir e sopra le righe. E invece no. Da uno spunto inverosimile – per dirla eufemisticamente – Hill distilla un film secco e asciutto, “chirurgico” (passatemi il termine) e spiazzante. Intendiamoci, c’è tutto quello che ti aspetteresti da un thriller urbano firmato Hill: periferie urbane illuminate da gelide luci al neon, spari col silenziatore, locali fast food popolati da una triste umanità hopperiana. Ma tutto spogliato dal divertimento delle Strade di Fuoco, dall’epicità dei Guerrieri della Notte e dalla stoica consapevolezza del tramonto dei Cavalieri dalle Lunghe Ombre.


Il vero nemico da battere, per questi anti-eroi (meglio: anti-eroine), è dentro di sé. Sia per il killer Frank Kitchen, diventato donna con le fattezze di Michelle Rodriguez, sia per la vendicativa dottoressa Rachel Jane (Sigourny Weaver), prigioniera della struttura psichiatrica che la rinchiude, della camicia di forza che le lega le braccia, ma soprattutto della propria ossessione perfezionista. E, soprattutto, del rapporto irrisolto con la propria femminilità.


Non pensate nemmeno per un secondo a un film di istanze LGBT. È vero che la visualizzazione è esplicita e non può fare a meno del full frontal, ma la regia è rigorosa e non concede nulla all’effetto pruriginoso.

Dalla minimale trama thriller condotta su binari paralleli (Rodriguez e Weaver), e movimentata dai flashback quel tanto che basta, esce fuori un film nient’affatto banale, che mette un punto interrogativo accanto alla definizione di “maschile” e “femminile” e al concetto stesso di “identità”. E che mostra quanto tortuosa possa essere la strada che porta all’accettazione di sé stessi.