Ogni biografia di una rockstar deve pagare il tributo alla favola del rock. Deve raccontare gli inizi difficili, le prime affermazioni, il disco decisivo, quello della svolta, e poi confermare la consacrazione nel tripudio degli affetti familiari. Ma Chronicles – Volume 1, l’autobiografia di Dylan, sfugge a ogni percorso prestabilito: quando c’è di mezzo Dylan, la distanza più breve tra due punti non è una linea retta, ma una spirale. Più che una autobiografia, Chronicles è il resoconto di un viaggio interiore che procede per associazioni ed ellissi, avanti e indietro nel tempo.
Dylan prende le mosse dal suo arrivo a New York nel 1961, in quell’inverno gelido cantato in Talking New York, nel suo disco di esordio.
Inverno a New York/ il vento spruzzava neve dappertutto/ (…) il New York Times diceva che era l’inverno più freddo da diciassette anni/ ma io non avevo così freddo allora.
Che il giovane Robert Zimmermann non facesse caso al freddo è poco ma sicuro. C’era molto di più che nevischio, nell’aria della metropoli. Tutto era in movimento e cambiava velocemente, anche la musica. Il rock adolescenziale era a una svolta: la musica folk – proprio grazie a Dylan - si accingeva a riscriverne i connotati. Dopo, niente sarebbe stato più lo stesso. Il Greenwich Village – pieno di caffè, circoli letterari, ritrovi di studenti, intellettuali, artisti bohémiens, era l’epicentro di quel cambiamento epocale. Dylan – che vi arrivava nemmeno ventenne, dopo un soggiorno a Minneapolis - ne rimase ipnotizzato.
A distanza di tanti anni, il musicista offre di quel Village un ritratto vivido, ricco di squarci pittoreschi. Le nottate passate ad ascoltare la radio. La scoperta di certi libri, di certi musicisti. L’incontro con il suo idolo Woody Guthrie, minato dal morbo di Huntington e confinato in un ospedale. I primi concerti nelle coffee houses.
Ma, sorprendentemente, Dylan glissa del tutto sulla sua scalata al successo negli anni dal 1962 al 1966, l’anno dell’apoteosi, di Blonde on Blonde – disco seminale nella storia del rock – e di quell’incidente in motocicletta che segnò la fine del “primo” Dylan, quello della protesta.
Il musicista dedica molte pagine, invece, al periodo immediatamente successivo. E in particolare ai suoi tentativi di sbarazzarsi dell’etichetta di “profeta” e di “portavoce di una generazione”, termini che afferma di avere sempre detestato.
