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venerdì 19 giugno 2015

E' UN MONDO CRUDELE PER GLI ARTISTI (dicembre 2012)

"Tutte le volte che su Facebook, o su un blog, o dovetipare, leggo le lamentele dei disegnatori, che non si campa con questo lavoro, che gli editori non li capiscono, che nessuno apprezza la loro arte perché siamo in un paese di merda, etc… corro a vedere le loro gallery. Nella maggior parte dei casi noto che, con quei disegni, non riuscirebbero a pubblicare nemmeno nel Paese dei Balocchi dei Fumetti."

Diego Cajelli, 10 motivi che fanno di me un uomo urendo

giovedì 18 giugno 2015

L'OTTIMISMO E'.... (luglio 2012)

"Sono passato attraverso gli anni novanta, sono arrivato al nuovo secolo.

Ho visto cose che voi risorse umane non potete neanche immaginare. Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dai reality show, dalle agenzie interinali e dai corsi di marketing.

Ho visto comici, calciatori e giornalisti televisivi pubblicare libri, e a volte persino scriverli,e ho visto migliaia di risorse umane acquistarli, e perfino leggerli. Ho visto commissari di polizia e magistrati scrivere romanzi polizieschi. Un poliziesco scritto da un poliziotto, praticamente un poliziesco al quadrato. Ma commissari di polizia e magistrati hanno tutto questo tempo libero, per scrivere romanzi polizieschi?

Sono sempre un lavoratore precario, non ho tempo per scrivere romanzi polizieschi, ma guadagno meno, molto meno, di un commissario o di un magistrato, che non sono precari. Ma adesso non c'è più il mito del posto fisso. Nessuno crede più nel posto fisso, a parte gli agenti immobiliari quando cerchi una casa in affitto. Loro ci credono ancora. Ma sono gli unici, ormai. Adesso non viviamo più nell'età del posto fisso.

Adesso viviamo nell'era dell'ottimismo. L'ottimismo è il sale inglese della vita."

Ettore Maggi, Il gioco dell'inferno

venerdì 12 giugno 2015

QUANDO IL SUCCESSO FA PARTE DEL MESTIERE

"Gli americani sono materialisti senz'anima, ossessionati dal successo", dice il virtuoso europeo. Ma è sicuro, il nostro virtuoso, di sapere cosa sia il successo? Chi, nei paesi in cui non si parla inglese, può avere davvero successo? Qualcuno sì, certamente, ma non molti, e non in molti campi.

Si può far carriera e si possono fare soldi, si può essere conosciuti, ma il successo che è toccato a Elvis Presley, ai Beatles, ai Rolling Stones e a Bob Dylan (ma anche a Andy Warhol, Stephen King, Madonna o Michael Jackson) è un'altra cosa.

Davanti a una simile commozione intercontinentale qualunque altro risultato è dignitosa manovalanza. Nel resto del mondo non c'è abbastanza spazio, non c'è abbastanza pubblico né opportunità, non c'è un imperialismo culturale altrettanto convincente, e soprattutto mancano le rapidità e mobilità sociali che creano le condizioni grazie alle quali anche l'outsider può conquistarsi quel tipo di riconoscimento.

Se gli americani ne sono ossessionati, è solo perché in America il successo non è impossibile. Il frugale letterato dell'Europa continentale, sempre pronto a scandalizzarsi per la vendita di pochi best-seller, ignora o si ostina a ignorare che in un mercato più grande il successo fa parte del mestiere.

Alessandro Carrera, La voce di Bob Dylan (Una spiegazione dell'America)


martedì 9 giugno 2015

L'OPINIONE DEGLI ALTRI (maggio 2004)

Per me Jerome K. Jerome era quello di Tre uomini in barca. Frugando tra i libri di mio nonno, molti anni fa, trovai un suo romanzo che non conoscevo. Il libro era un'edizione del 1927 della Sonzogno, il titolo era Storia di un romanzo (poi ripubblicato, scoprii, col titolo di Appunti per un romanzo.). Da qualsiasi parte guardiate ai libri, che siate scrittori o lettori/critici, credo che queste pagine meritino qualche riflessione.


<< Quando ero molto giovane, morivo dalla voglia di conoscere l'opinione degli altri su di me e sui miei lavori. Ora, invece, il mio obiettivo principale è quello di riuscire a ignorarla.

All'epoca, se qualcuno mi avesse detto che c'era una mezza riga su di me in un giornale, avrei fatto tutta Londra a piedi per avere quella pubblicazione. Ora, quando vedo un pezzo col mio nome nel titolo, mi affretto a piegare il giornale e a metterlo via, vincendo la naturale curiosità che mi spingerebbe a leggerlo con questa considerazione fatta tra me e me: - Perché dovrei leggerlo? Mi guasterei il sangue per tutta la giornata. -

Quando ero ragazzo avevo un amico. (…) Anche lui aveva quell’ardente desiderio di essere criticato che hanno tutti i giovani, e per noi, abitualmente, questo era fonte di reciproca gratitudine.
Non sapevamo allora che ciò che intendevamo con la parola "critica" era invece incoraggiamento. Credevamo di essere molto forti - come coloro che sono alle prime armi - e che avremmo potuto sopportare di sentirci dire la verità.

Come avevamo stabilito, ci indicavamo a vicenda i nostri errori, e questo compito ci occupava tanto che non ci avanzava mai il tempo per farci una lode.

Sono convinto che ciascuno di noi due aveva una grande opinione dell'ingegno dell'altro, ma le nostre teste erano piene di stupidi proverbi. Ci dicevamo: "A lodare sono buoni tutti. Solo un amico ti dirà i tuoi difetti."  Dicevamo anche: "Nessuno vede le proprie mancanze. Ma quando queste gli vengono indicate da un altro, gliene sia grato, e cerchi di rimediare."