Confesso che in gioventù non immaginavo che un giorno avrei scritto storie
realistiche d'avventura. Scrivevo e disegnavo (maldestramente) strip
umoristiche, e la mia strip preferita in assoluto era Mafalda. Nel marzo 2007 Quino è venuto a Milano per presentare l'ennesima ristampa della bambina terribile. Al momento degli autografi gli ho detto che quello era il secondo autografo che gli chiedevo. Perché il primo me lo aveva fatto a Lucca, nel 1984, quando ero poco più che ventenne e fare i fumetti era soltanto un sogno. Quindi gli ho regalato un albo di Legs. Mi piace pensare a Legs come a una specie di Mafalda cresciuta, insofferente alle storture del mondo.
Scegliere fra Mafalda e i Peanuts è un po’ come scegliere tra Beatles e Rolling Stones, comunque io sono con Mafalda (il cui autore preferisce i Beatles, ma è difficile pensare a Charlie Brown come a Mick Jagger). Perciò non potevo mancare all’appuntamento con Quino, il 7 marzo alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte.
Paradossalmente, Quino non è in tour promozionale, anzi: è in anno sabbatico (“per ora sono tre mesi sabbatici”, precisa lui). Non ha volumi da “spingere” (e d’altronde, uno come lui non è che ne abbia un gran bisogno di signing-tour e uscite promozionali). Però, dal momento che acchiapparlo è difficile (non vive stabilmente in un solo posto, ma si muove continuamente fra l’Argentina e l’Europa), la Feltrinelli lo ha amabilmente “incastrato” per incontrare il pubblico italiano.
Quino è un genio, su questo non si discute, uno dei pochi geni ancora in attività. Cinquant’anni e oltre di carriera. E la prima cosa che noti è che Quino è la prova vivente che il genio non si abbina necessariamente alla sregolatezza. Il signor Joaquin Lavado è un gentleman di settantaquattro anni, vestito in completo scuro con tanto di cravatta. Parla un italiano più che discreto, e si confessa con un sano pragmatismo venato da lampi di ironia.
Racconta che la sua “argentinità” è molto relativa, dato che la sua casa in Argentina è in una provincia ai confini col Cile. “Non mangio carne tutti i giorni e non ballo il tango”, spiega divertito. “La gente che ho intorno è di origine italiana, spagnola, e da queste parti ci sono perfino degli islamici. Perciò mi sento mediterraneo.”
A condurre l’incontro è Ranieri Polese, che pone senza tanti preamboli la domanda fatidica. “Quino sente il suo lavoro “oscurato” dall’ombra di Mafalda?” Quino come Connery con James Bond? Nemmeno per idea. L’autore nega decisamente. “Mi farebbe piacere che il resto del mio lavoro fosse più conosciuto, ma non sono affatto scontento che Mafalda sia il mio lavoro più conosciuto.”
Pragmatico. E come non esserlo? D’altronde, è stata la bambina terribile partorita “su commissione” (doveva fare da testimonial a una marca di elettrodomestici) a rendere il suo autore conosciuto (e amato) in tutto il mondo. E, diciamo la verità, è Mafalda ad avere attirato in libreria questa sera un pubblico variegato. C’è la signora di quarantacinque-cinquant’anni che ricorda Mafalda come fumetto femminista. Ci sono genitori trentacinquenni con bambini al seguito. C’è perfino qualche giovanissimo “alternativo” con lo zainetto Invicta tatuato col simbolo di Emergency e c’è il nerd brufoloso e grassoccio, perché Mafalda non è sexy come Elektra, ma la sua lingua è più affilata di una katana. (“Ciao, bella bambina. Vuoi bene ai tuoi genitori?” “Certo. E lei le paga le tasse?”).
