Ho sempre cercato di non parlare "a caldo" delle mie storie. Quando inaugurai la rubrica My Back Pages nel
mio sito, mi posi un drastico limite: avrei raccontato la genesi e i
"dietro le quinte" di storie vecchie, come minimo, di dieci anni. La
giusta distanza temporale e mentale per parlarne con serenità. Nel 2006,
quindi, raccontai la genesi della mia prima sceneggiatura "da single"
per Dylan Dog (le precedenti le avevo scritte con Serra e Vigna), pubblicata nel marzo 1996 e disegnata da Luigi Piccatto.
Il bellissimo titolo di questo albo di Dylan Dog non è mio. Credo che sia stato inventato da Mauro Marcheselli. Non mi ricordo più qual era il titolo di lavorazione che avevo dato alla sceneggiatura, ma sicuramente non era così meditato. Dopo tutto, la molla che mi aveva spinto a scrivere la storia di Charlie Chivazki era stata, almeno all’inizio, semplicemente la ricerca di un diversivo.
Nel 1995 erano ormai cinque anni che scrivevo Nathan Never, e cominciavo a sentirmi invischiato nella routine. Per combatterla cercavo di variare quanto più possibile la struttura e il tono delle storie: alternavo storie di taglio cinematografico ad altre decisamente più “letterarie”, una storia lineare a una storia “corale” (per esempio, Dirty Boulevard). Per una di quelle ossessioni tipiche degli scrittori, tutto questo non mi bastava.
Un giorno mi trovai a rileggere alcuni racconti di Charles Bukowski, e scoccò una scintilla.
Bukowski lo avevo letto da ragazzo, circa quindici anni prima. Lo scrittore parlava – con linguaggio semplice e ironicamente distaccato - di sbronze, risse, sesso consumato in squallide camere ammobiliate, lavori degradanti; insomma, di tutto ciò che può apparire pittoresco a un liceale che nulla sa del mondo.
Rileggendolo da adulto, mi resi conto che esisteva un Bukowski più “leggero”, esplicitamente ironico, che si rivelava in racconti con una marcata vena surreale. Sarebbe stato divertente, pensai, provare a raccontare qualcosa del genere. Ma naturalmente non era Nathan Never la serie adatta. Ci voleva una struttura narrativa più elastica: quella di Dylan Dog, appunto.
