A complete unknown (2024), di James Mangold
Prima di tutto, questo post richiede
una premessa. Anzi, due.
Premessa 1: le canzoni di Bob Dylan
sono parte della mia vita. Una parte importante, se non fondamentale,
alla pari dei fumetti che ho letto e che mi hanno poi spinto a farli,
i fumetti. E poco è mancato che Nathan Never non avesse l’aspetto
di Bob Dylan, come raccontato qui: https://youtu.be/jTiVLdQY0lI?t=754
Premessa 2: non sopporto Thimotée
Chalamet. Non mi piace, non gli riconosco nessun carisma, non mi
trasmette niente.
E quindi, può essermi piaciuto A
complete unknown, dove un attore che non mi dice nulla interpreta
un musicista che mi ha detto così tanto? The answer, my friend...
Diciamo subito che c’è poco da
discutere sulle qualità tecniche del film. Una ricostruzione così
meticolosa e credibile degli anni Sessanta non la si vedeva, forse,
dai tempi di Forrest Gump. E le interpretazioni di contorno
sono semplicemente inappuntabili. Per essere composto da attori poco
conosciuti (almeno da noi), il cast è di livello. Svetta, come molti
hanno rimarcato, Edward Norton nei panni di Pete Seeger (affiancato
peraltro da una brava Eriko Hatsune nel ruolo della moglie Toshi). Ma
efficacissimo – anche per somiglianza fisica – è Dan Fogler nei
panni del manager di Dylan, Albert Grossman, senza dimenticare Boyd
Holbrook come Johnny Cash, e Norbert Leo Butz nella parte del
sanguigno musicologo Alan Lomax.
Edward Norton nella parte di Pete Seeger
Che cosa non gira a dovere, allora,
soprattutto nella prima parte? Molto semplice: il film non emoziona,
non “morde”. Prima di tutto perché semplifica un po’ troppo
la figura del protagonista. Intendo non in termini di verità
storica, ma proprio di narrazione. Se non sapessimo che quel Bobby
arrivato in città, come dice lui stesso (mentendo) dal New Jersey è destinato
a diventare un’icona del ventesimo secolo, lo troveremmo
interessante? Ogni persona che incontra casca subito ai suoi piedi.
Prima di tutti il suo idolo Woody Guthrie, che gli passa idealmente
il testimone di portabandiera del folk regalandogli un’armonica;
poi il grande Pete Seeger, poi la cantante giovane-ma-già-famosa,
poi la coltissima studentessa di origini italiane.
Sì, certo, Dylan
era già magnetico, ma non solo perché scriveva quelle canzoni. Il
fatto è che non era poi così ombroso. Aveva anche senso
dell’umorismo, sapeva essere simpatico, e a momenti – ce ne sono
parecchie testimonianze, soprattutto nella biografia di Anthony
Scaduto – faceva addirittura tenerezza. Ma c’era anche, e forse
soprattutto, una sfrenata, bruciante ambizione che lo portava a
calcolare strategicamente ogni passo verso una fama stellare. Poi,
certo sarebbero venuti gli sbalzi d’umore, i capricci da divo, e
una certa “disempatia”, alimentata probabilmente da lunghe notti
insonni passate a scrivere, col supporto di alcol e pasticche.
Il Greenwich Village degli anni '60 ricostruito nel film
Peccato che di tutto ciò non ci sia traccia, in una
caratterizzazione che mostra un giovane Zimmerman sornione (Chalamet
sembra sempre sul punto di cadere addormentato), mai realmente
eccessivo, e soprattutto mai veramente in difficoltà. Di antipatie,
rivalità, problemi coi discografici non c’è alcun cenno.
Insomma, un ragazzotto che è già His
Bobness. Tutto fila liscio, a parte la difficoltà – difficoltà per
chiunque di noi, ma non per lui – di destreggiarsi tra due
fidanzate. E così il racconto arranca, soprattutto nella prima
parte, con rari sussulti (comunque molto bella la scena della crisi
cubana, in cui si ha la sensazione che la guerra con l’URSS sia a
un passo).
Le palpebre si risollevano nella
seconda parte, col Dylan già divo, già “elettrico”, e non solo
musicalmente. Qui l’abbondanza di materiale di repertorio consente
a Chalamet di avere più punti di riferimento, e di vestire i panni
di Dylan in maniera così camaleontica che sembra di trovarsi davanti
a una versione a colori di Dont Look Back. E qui sta forse il
cuore del problema: tutto questo
“realismo” era davvero necessario?
Monica Barbaro/Joan Baez al festival folk di Newport
La
preparazione di Chalamet e di Monica Barbaro/Joan Baez per cantare e
suonare è durata cinque anni, e i risultati si vedono. Premesso che
nessuno può cantare come Dylan e Joan Baez, chi li ama non può non
apprezzare il lavoro dei due attori (e dei loro coach
musicali). Ma era indispensabile una mimesi così totale, al punto
che c’è chi ha detto “tanto vale guardarsi Dont Look
Back o No Direction
Home”? Era indispensabile che
Chalamet riprendesse alla lettera il modo di parlare/farfugliare di
Dylan, al punto da rendere indispensabili i sottotitoli per capire
quello che dice?
L’impressione
è che tanta ansia mimetica da parte degli autori (il regista James
Mangold e il suo co-sceneggiatore Jay Cocks) sia andata a discapito del
racconto. E a
farne le spese è soprattutto il ritratto di Suze Rotolo,
ribattezzata nel film – dietro insistenza dello stesso Dylan -
“Sylvie Russo”. Un po’ avvilente per lei, immortalata
(meritatamente!) su una delle copertine più famose della Storia del
rock. Lei che aveva fatto conoscere al giovane Bobby i simbolisti
francesi, senza i quali difficilmente avremmo avuto, giusto per fare
un titolo, A hard rain’s a-gonna fall.
Suze è con Bob sulla copertina di un album leggendario
Così
la povera Suze/Sylvie rimane confinata nella parte della povera
fidanzatina che cede il passo alla star del folk Joan. Se non altro,
a questo ruolo decisamente underwritten,
poco approfondito, una brava Elle Fanning riesce comunque a dare
corpo e sentimento. Comunque troppo poco, a mio avviso, per dare
calore al film. Un film che alla fine, a differenza del suo
protagonista, non azzarda, non osa, e rimane prigioniero
dell’ortodossia del biopic come Pete Seeger dell’ortodossia folk.
Ma d’altronde...
Ah, my friends from the prison, they ask unto me
"How good, how good does it feel to be free?"
And I answer them most mysteriously
"Are birds free from the chains of the skyway?"
“Sono forse liberi gli uccelli dalle catene del cielo?”
(Ballad in Plain D, 1964)
Per
approfondire:
su
Pete Seeger:
https://archivio.giornalettismo.com/pete-seeger-morto-pete-seeger/
su
Suze Rotolo:
https://www.marieclaire.it/attualita/gossip/a63428286/bob-dylan-suze-rotolo-storia-film/
https://www.indie-eye.it/recensore/letture/libri/sulla-strada-di-bob-dylan-memorie-dal-greenwich-village-di-suze-rotolo-la-recensione.html
Diamonds
and Rust, la canzone di Joan Baez dedicata a Bob Dylan:
https://www.youtube.com/watch?v=1ST9TZBb9v8
No
Direction Home (2005), il documentario di Martin Scorsese su Bob
Dylan è (per ora) visibile qui:
https://archive.org/details/no-direction-home-bob-dylan-2005-pt-2/No+Direction+Home+-+Bob+Dylan+(2005)+-+pt1.avi