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martedì 16 giugno 2026

DISCLOSURE DAY

Doverosa premessa: no, Disclosure Day non è quel film imprescindibile e innovativo che vorremmo ogni volta che paghiamo il biglietto per una visione in sala. Quindi, se cercate un film che vi faccia spalancare la bocca per due ore in un prolungato “ooh” di meraviglia, dovrete rivolgervi ad altri registi. Però, se quello che cercate è proprio Steven Spielberg, in Disclosure Day non farete fatica a ritrovarlo.

Certo, non è lo Spielberg degli anni Settanta, quella geniale e inarrestabile macchina da cinema che non sprecava un’inquadratura. Questa sua ultima opera è lontana dal capolavoro: è un film disomogeneo, con sequenze suggestive e altre risolte in maniera un po' ingenua, anche a livello di scrittura e perfino di colonna sonora.

Però... però Disclosure Day funziona: ti porta con sé scena dopo scena, e cresce man mano che va avanti con sequenze spettacolari - fantastica la scena del treno, anche per un pubblico smagato e assuefatto alla CGI - in cui la mano del regista non mostra segni di cedimento senile. Insomma, si vede che Spielberg ci crede, e crede (ancora, sempre e per sempre) anche in un tipo di cinema classico, avvincente, ma senza essere mai eccessivo o provocatorio “tanto per”. 

 
 
Le critiche sulla mancanza di originalità lette qua e là in Rete mi sembrano l'equivalente della caccia alle farfalle col bazooka, come si diceva un tempo: è chiaro che Spielberg, a ottant’anni, non ha più niente da dimostrare. Ha già dato, e in abbondanza. Vuole solo fare qualcosa che, evidentemente, gli sta a cuore.

Disclosure Day ripropone almeno tre decenni di cinema: quello “paranoico” e amaro degli anni Settanta, quello brioso e formalmente levigato degli anni Ottanta, e infine quello “complottistico” degli anni Novanta degli X-Files e di JFK. Ma non per questo è un progetto anacronistico, come ha scritto qualcuno. È palese che il suo autore non pretende di stare al passo con la temperie sociopolitica, né si affanna a rincorrere un filone redditizio dell'immaginario cinematografico (e ci mancherebbe altro, per uno che di filoni ne ha creati almeno tre). Disclosure Day è un progetto acronico, come i dischi folk di Bob Dylan negli anni 2000. Non un omaggio al passato, ma la convinta riaffermazione di una summa di valori - etici, artistici e forse anche politici - su cui il regista ha costruito la sua identità.

Ecco perché lo Spielberg che ritrovi alla fine di Disclosure Day è uno Spielberg D.O.C. Il regista di una fantascienza “positiva”, quella di E.T. e di Incontri Ravvicinati, quella che ha anche ottimi epigoni in 2010: L’anno del contatto di Peter Hyams e in Abyss di James Cameron. Poi, magari, qualcuno dirà che è curiosa questa voglia di trascendenza quasi cattolica da parte di un regista ebreo (sideralmente distante, per esempio, dai Cohen Bros); ma nessuno, ripensando a Incontri ravvicinati e alla bellissima mini-serie Taken, può dire che ci troviamo davanti a un'infatuazione passeggera o a una crisi mistica senile. Se si ha buona memoria, magari si potrà scoprire in questa “trascendenza” un fil rouge tra le opere di Spielberg e quelle dell’amico e sodale George Lucas: una prova che, in qualche modo, la Forza è sempre con noi. E che anche in un prodotto della macchina da guerra di Hollywood puoi sentire echi di un'epoca lontana, quando salutavi con due dita distese nel gesto di “Peace and Love”. Provate ad ascoltare.



DISCLOSURE DAY (id, 2026), di Steven Spielberg

Soggetto di Steven Spielberg, sceneggiatura di David Koepp. Con Emily Blunt, Josh O'Connor, Colin Firth, Eve Hewson. 145 min.