giovedì 20 ottobre 2022

LONELY BOY - LA VITA PUNK DI STEVE JONES


Finalmente è uscita anche in Italia Lonely Boy, l’autobiografia di Steve Jones scritta in collaborazione con il giornalista Ben Thompson. Dico “finalmente” perché il libro è del 2017. Se qualcuno (edizioni Salani) si è deciso a pubblicarlo, è perché su Disney Plus è arrivata la serie tratta dal libro, col titolo Pistol. Jones è stato il chitarrista dei Sex Pistols, e la sua vita è intrecciata inesorabilmente con l'avventurosa parabola del gruppo punk per antonomasia.

Era il 1977 quando la band salì alla ribalta col suo primo e unico album, Never mind the bollocks (“Lascia stare le cazzate”), trainato dalla ferocissima God save the Queen: “Dio salvi la regina/ e il regime fascista/ hanno fatto di te un idiota/ una potenziale Bomba H (…) non c’è futuro nel sogno dell’Inghilterra, non c’è futuro per te”. Quasi impossibile riassumerne in poche righe l’effetto bomba sulla scena rock e sulla società inglese dell’epoca.

Dei Sex Pistols, Steve Jones fu chitarrista e fondatore insieme all’amico batterista Paul Cook. A loro si aggiunsero il bassista Glen Matlock, il cantante John Lydon, più noto come Johnny Rotten (marcio), e in seguito, al posto di Matlock, John Simon Ritchie, per tutti Sid Vicious. Soprannomi significativi, questi ultimi. Il punk rock non poteva nascere da figli di papà iscritti a un prestigioso college. Nasceva dall’emarginazione e da una frustrazione rabbiosa che le classi meno abbienti riversarono nella musica, col contorno di eccessi di ogni genere. 

La copertina del mitico album del 1977

Jones coltivò tanto la musica quanto la vocazione agli eccessi: figlio di una madre single, il piccolo Steve cresce con un patrigno che arriva ad abusare di lui, e la sua è un’infanzia che lui stesso definisce “dickensiana”: poverissima e vissuta per la strada. Il riscatto arriverà anni dopo solo grazie alla musica. Una musica vissuta con la stessa irruenza della vita quotidiana, nella Londra turbolenta degli anni Settanta, devastata dalla crisi economica e da forti tensioni sociali. La gioventù di Steve Jones è un susseguirsi di furti, arresti, promiscuità, alcol, droghe e infine concerti che si trasformano in risse, tra pugni e bottigliate. L’unico punto fermo, la stazione di ogni arrivo e partenza, è un negozio di abbigliamento di nome SEX, di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood. Jones lo bazzica prima da cliente, poi da amico di McLaren e infine da membro della “sua” band. Già, perché McLaren, spregiudicato manipolatore e mago dell’autopromozione, si vende da subito come “inventore” dei Sex Pistols. Arriverà a produrre anche un film (The Great Rock’n’roll Swindle, La grande truffa del rock and roll) per cementare la propria mitologia.

In Lonely Boy Jones smonta in parte la narrazione dell’amico-manager e rivendica il proprio ruolo nella nascita della band. Quello che è certo è che lui e Paul Cook arrivarono prima, e gli altri due dopo. Non fu amore a prima vista. E nemmeno amicizia. Ma, giura Jones, erano proprio quelle scintille ad accendere la miccia sul palco e a far detonare ogni canzone come una esplosione di energia.

Non per molto, comunque: ad appena un anno dal debutto discografico, le tensioni all’interno del gruppo, alimentate dallo stesso McLaren all’insegna del divide et impera, lo fanno implodere. Il bassista Matlock – il punk meno punk del gruppo, musicista vero - viene messo alla porta. Arriva Sid Vicious, amico di Rotten. Che ha due grossi problemi: il primo è che si fa di eroina. Il secondo è che non sa suonare il basso. Per quest’ultimo ci mette una pezza Jones, che spiega pazientemente a Sid dove posare le dita per suonare le note giuste. Per la droga, invece, non c’è niente da fare. Schiavo tanto dell’eroina quanto del ruolo di icona ribelle, Sid Vicious diventa presto incontrollabile. 

La locandina del film The Great Rock'n'Roll Swindle

Dopo il travagliatissimo tour americano del 1978, i Pistols si sciolgono e ognuno va per la sua strada. Quella di Sid Vicious è breve: il giovane muore per overdose dopo avere assassinato (in circostanze mai chiarite) la sua compagna Nancy Spungen. L’ultimo concerto della band, al Winterland di San Francisco, si era chiuso forse non a caso con No Fun (Nessun divertimento), un pezzo degli Stooges. È in quel momento che il filmato – un video ormai storico – cattura lo sguardo stanco e disilluso che Rotten, accovacciato sul palco, getta sulla platea. Poco dopo si congeda così dal pubblico: “Ah. Ah. Ah. Avete mai la sensazione di essere stati ingannati? Buonanotte."

Con la fine della band, per Steve Jones comincia la discesa nell’abisso, tra ristrettezze economiche e dipendenze da sesso, alcol e droga: l’eroina, stavolta, non più le pillole che prendeva per tenersi sveglio e scrivere canzoni. Gli effetti sul fisico sono molto più pesanti.

Rimasto senza un soldo, Jones lascia Londra e si trasferisce negli USA, rimanendo aggrappato alla musica come a un salvagente, e qui comincia la risalita dall’abisso. Un paio di dischi, concerti, una faticosa disintossicazione, e infine, nel 2004, il programma Jonesy’s Jukebox, con cui si reinventa conduttore radiofonico. E si concede due tour celebrativi con gli altri Pistols. Col secondo di questi volano di nuovo gli stracci tra i vecchi compagni. Jones non racconta né come né perché, ma conclude che il passato ormai è alle spalle. Invece Jonesy’s Jukebox continua, sia pure su emittenti diverse, e gli procura una certa stabilità. Almeno quanto basta per guardarsi alle spalle col disincanto dei sessant'anni, e raccontare una vita turbolenta dall’inaspettato lieto fine. 

 

martedì 23 agosto 2022

"SAPER DISEGNARE" NON BASTA


"Il disegnatore di fumetti... si nasce così o lo si diventa? Il disegnatore è un artista? Un bohémien? Un masochista? Un cretino? I fumetti si fanno a mano o a macchina?" . Nella vignetta di Los Profesionales di Carlos Gimenez, gli interrogativi di un mestiere di cui nessuno conosce realmente i segreti. Nemmeno chi lo fa.

 

Giacomo (nome di fantasia) era (ed è ancora) un disegnatore tanto bravo quanto lento. Quando un disegnatore faceva mediamente una ventina di tavole al mese, lui ne faceva quattro o cinque. Tavole ricchissime e zeppe di dettagli, molto belle a vedersi... ma affidare una storia a Giacomo significava aspettare l’arrivo dell’esercito nemico alla fortezza Bastiani. Nell’attesa si consumava una vita. 

Al curatore, che lo sollecitava ad accelerare, Giacomo rispondeva: “Il problema è che ho un segno ricco”. “Certo, perché fai migliaia di righine e di trattini sottilissimi, che oltretutto non vengono fuori in stampa.” “Ma quello è il mio stile”. È il mio stile è la magica formula che secondo i disegnatori vanifica qualsiasi obiezione. “Scusa, non vedi che qui il personaggio ha la testa troppo piccola?” “È il mio stile”. “Hai messo una secchiata di neri in questa vignetta, non si capisce che cosa succede!” “È il mio stile”. “È il mio stile” significa in sostanza: “Non so proprio di che cosa stai parlando, non riesco a focalizzare il problema e dunque non ho la minima idea di come risolverlo. E come non puoi vuotare l’oceano né invertire la legge di gravità e far cadere una mela al di sopra dell’albero, non puoi cambiare il mio modo di disegnare.” 

A questo punto puoi solo allargare le braccia e sperare che a smuovere il disegnatore provveda l’Onnipotente: magari facendo in modo che la moglie gli regali due gemelli, o che gli vada a fuoco la casa e che l’assicurazione non paghi, lasciandolo al verde e in disperato bisogno di liquidità. Mentre aspettavi questo miracolo, però, la sola cosa da fare era tenere la storia di Giacomo fuori dalla programmazione e mettere accanto al titolo di lavorazione un asterisco che significava “uscirà quando sarà pronta”. 

E poi successe: venne il giorno fatale in cui a Giacomo fu affidato un albo che, per motivi di programmazione, doveva assolutamente uscire entro una certa data. La storia fu inserita in scaletta e le fu assegnata una data d’uscita. Questa volta Giacomo avrebbe dovuto marciare di buon passo e rispettare la consegna. “Non preoccupatevi - disse Giacomo - Ho trovato un nuovo stile che mi consente di andare veloce”. Era vero... a metà: Giacomo ora aveva un segno che, se non proprio sintetico, risultava indubbiamente meno “carico”. 

Il problema era l’altra metà dell’affermazione. Dopo uno sprint alla partenza, Giacomo rallentò la produzione fino a tornare ai soliti ritmi. All’avvicinarsi della data di consegna fu chiaro che non avrebbe ultimato la storia in tempo utile. A questo punto il curatore ricorse alla minaccia più terribile: “Se non consegni entro la scadenza, sarà un altro disegnatore a finire il tuo albo”. In un’ideale scala di calamità per un disegnatore, vedere il proprio albo terminato da altri equivale ad accorgersi che suo figlio assomiglia un po’ troppo all’idraulico. Cioè, è un’onta inaccettabile. Ogni disegnatore, anche l’imbrattafogli più incapace, è convinto di essere un novello Michelangelo. Puoi far completare il suo albo da Magnus redivivo, ma lui non ammetterà mai che la mano altrui sia migliore della sua. Dunque, era ipotizzabile che di fronte a questa minaccia Giacomo consegnasse in tempo. Non ci riuscì. Il suo lavoro fu portato a termine da un altro disegnatore, che imitò perfettamente il suo stile. E nessuno dei lettori si accorse del cambio di mano (a essere sinceri, nemmeno io). 

Sono passati molti anni da allora. Giacomo ha cambiato stile ancora una volta, sempre alla ricerca di quel segno magico che gli consentirà di disegnare almeno quindici o venti tavole al mese. Le sue tavole sono ottime. La sua velocità no. Il problema di molti disegnatori è proprio concentrarsi sul disegno, pensandolo solo in termini “esecutivi”, di abilità manuale. “Saper disegnare” significa fare un disegno “ricco”, iperdettagliato. E dunque, se devo essere veloce, basterà “alleggerire” il segno, giusto? No. Sbagliato. La velocità di esecuzione ha poco o niente a che fare con la quantità di china (o di bite) che finisce sul foglio. 

Perché la velocità non è solo quella della mano. È anche quella del pensiero. Ci sono disegnatori che leggendo la sceneggiatura capiscono all’istante come impostare le vignette. Sanno già che cosa dovranno disegnare, non hanno bisogno di rimuginarci sopra. Questo è un meccanismo inconscio, che scatta nella mente di chi ha letto tonnellate di fumetti e visto centinaia di film. Ma è anche qualcosa che si impara col tempo, è una dote che si può affinare. Perché la pratica conta. Se disegni una cosa dieci volte, alla decima volta la disegnerai più in fretta della prima. Perché sai come si fa, sai come ottimizzare i tempi. Ma neanche questo ti aiuterà a essere più veloce se non riesci a uscire dalla mentalità dilettantesca del “più segni metto, più è bello il disegno”, se non riesci a capire che nel fumetto il disegno non è tutto.

Per finire, ecco due esempi di disegnatori agli antipodi nel segno, ma ugualmente veloci. 

Una tavola di Roberto De Angelis, dalla storia Infiniti universi (Nathan Never n. 120). Col suo stile plastico e tutt’altro che sintetico, De Angelis riusciva a realizzare anche venti tavole al mese. Un giorno si recò in redazione per la solita consegna. Per motivi di continuità della serie gli furono richieste corpose modifiche in diverse tavole, e gli fu chiesto di quanti giorni avesse bisogno per il lavoro. “Ma no, lo faccio ora”, disse lui. Si sedette a un tavolo e realizzò tutte le modifiche in mattinata, sotto gli occhi increduli dei presenti.

 

Una tavola di Stefano Casini dalla storia I combattenti dell’isola (Nathan Never n. 352). Noterete che in questa tavola non ci sono sfondi. Il segno è essenziale e i tratteggi sono minimi. La profondità di campo è data dal taglio dinamico delle inquadrature e dall’uso sapiente dei neri compatti. L’economia nel segno non si risolve in una tavola “povera”. Oltre a un grande controllo sul tratto, tavole come questa rivelano una estrema lucidità nell’approccio. Il disegnatore ha fin dal primo momento un’idea chiara di che cosa disegnare e che cosa tralasciare.