lunedì 22 giugno 2015

MY BACK PAGES: LA PRIGIONE DI CARTA (DYLAN DOG n. 114)

 Ho sempre cercato di non parlare "a caldo" delle mie storie. Quando inaugurai la rubrica My Back Pages nel mio sito, mi posi un drastico limite: avrei raccontato la genesi e i "dietro le quinte" di storie vecchie, come minimo, di dieci anni. La giusta distanza temporale e mentale per parlarne con serenità. Nel 2006, quindi, raccontai la genesi della mia prima sceneggiatura "da single" per Dylan Dog (le precedenti le avevo scritte con Serra e Vigna), pubblicata nel marzo 1996 e disegnata da Luigi Piccatto.


 Il bellissimo titolo di questo albo di Dylan Dog non è mio. Credo che sia stato inventato da Mauro Marcheselli. Non mi ricordo più qual era il titolo di lavorazione che avevo dato alla sceneggiatura, ma sicuramente non era così meditato. Dopo tutto, la molla che mi aveva spinto a scrivere la storia di Charlie Chivazki era stata, almeno all’inizio, semplicemente la ricerca di un diversivo.

Nel 1995 erano ormai cinque anni che scrivevo Nathan Never, e cominciavo a sentirmi invischiato nella routine. Per combatterla cercavo di variare quanto più possibile la struttura e il tono delle storie: alternavo storie di taglio cinematografico ad altre decisamente più “letterarie”, una storia lineare a una storia “corale” (per esempio, Dirty Boulevard). Per una di quelle ossessioni tipiche degli scrittori, tutto questo non mi bastava.

Un giorno mi trovai a rileggere alcuni racconti di Charles Bukowski, e scoccò una scintilla.

Bukowski lo avevo letto da ragazzo, circa quindici anni prima. Lo scrittore parlava – con linguaggio semplice e ironicamente distaccato - di sbronze, risse, sesso consumato in squallide camere ammobiliate, lavori degradanti; insomma, di tutto ciò che può apparire pittoresco a un liceale che nulla sa del mondo.

Rileggendolo da adulto, mi resi conto che esisteva un Bukowski più “leggero”, esplicitamente ironico, che si rivelava in racconti con una marcata vena surreale. Sarebbe stato divertente, pensai, provare a raccontare qualcosa del genere. Ma naturalmente non era Nathan Never la serie adatta. Ci voleva una struttura narrativa più elastica: quella di Dylan Dog, appunto.

Tornai così a Dylan Dog da “single” dopo tre storie scritte molti anni prima insieme a Serra e Vigna. Proposi a Mauro Marcheselli un soggetto che mi fu approvato, e cominciai a sceneggiare con grande entusiasmo. Era una di quelle volte che le idee sgorgano a fiotti. E, a proposito di fiotti, la scena dell’implacabile barista irlandese è basato su un tragicomico resoconto di Antonio Serra; il Serra, che è un consumatore di alcolici molto moderato, raccontò di avere avuto non pochi problemi durante un viaggio in Irlanda. Quando chiedeva “a half pint”, una mezza pinta di birra, i baristi lo guardavano storto. E lui, intimorito, si rassegnava a correggersi chiedendo “a pint”, una pinta. A differenza di Dylan Dog, Antonio non è stato percosso. Ma ha dovuto ingurgitare molta più birra di quella che il suo stomaco tollerava.

Per gli amanti della continuity, se qualcuno vuol dire che la comparsa di “Peter Punk” nelle prime pagine prefigura Dylan Dog n. 154, Il Battito del Tempo, mi sta benissimo. Adoro l’opera di James Barrie, e spero che mi ispiri ancora altre storie.

I barboni dai nomi pittoreschi ricompaiono in un mio Dylan Dog successivo, La Famiglia Milford.

Dopo la prima tranche di venti tavole, mi resi conto che sarebbe stato simpatico non limitarsi ad accennare ai racconti del mio Charles Chivazki (camuffamento trasparente di Henry Chinaski, l’alter ego letterario di Bukowski), ma visualizzarli completamente. In parole povere, raccontarli dall’inizio alla fine come “storie dentro la storia”.

Non era esattamente una passeggiata: questo significava in pratica non scrivere una storia, ma scrivere tre storie. Comunque ci riuscii, e in effetti l’albo contiene due “storie dentro la storia” complete. Pagate uno e prendete tre, cosa volete di più?

Ora, vi prego di notare che in realtà nessun racconto o romanzo di Bukowski è mai citato esplicitamente nell’albo: l’unica vera citazione è quella, a pagina 33, di una prefazione di Factotum a opera di Beniamino Placido. Scrive Placido: "Ho incontrato sul treno Goffredo Fofi, e mi sono preso una bella lavata di testa (...) : “(Bukowski, ndr) va benissimo come scrittore, ma come lo leggono i ragazzi? Come la legittimazione letteraria di ogni disgregazione, di ogni dissociazione, di ogni disgusto esistenziale.”

Nella Prigione di carta la frase è sintetizzata così dal mio Beniamino Placido (Benjamin Meeks), che cita un certo “Geoffrey Fuffs”: “I giovani prendono Chivazki come la legittimazione letteraria di ogni disgusto esistenziale”.

Come vedete, si cita l’impatto del lavoro di Bukowski più che la sua opera. E infatti le didascalie delle “storie dentro la storia” non riecheggiano affatto lo stile scarno ed essenziale di Bukowski. Non credo proprio che Bukowski avrebbe descritto un cielo come “del colore di un medicinale scaduto”. (Fu Tom Waits che descrisse un cielo “del colore del Pepto-Bismol”, ma in una canzone è permesso questo e altro).

Solo alla fine mi resi conto che per me Bukowski era stato solo un punto di partenza. Ma per arrivare dove?

A pensarci bene, credo di avere scritto questa storia come reazione alla “fighettizzazione” del fumetto che stava prendendo piede nei primi anni novanta. The Sandman di Neil Gaiman andava per la maggiore, e stava suscitando entusiasmi che trovavo – e che continuo a trovare – eccessivi.

Nugoli di aspiranti sceneggiatori mi mandavano soggetti “visionari” (a sentir loro), zeppi di didascalie involute e ampollose che tentavano disperatamente di “volare alto”, col solo risultato di provocare nel sottoscritto un invincibile torpore. (Un po’ come i film di Wenders, giustamente sbeffeggiato, nella storia, dallo scrittore che parla del “Cielo sopra Dublino”).

Proprio in Factotum, Bukowski diceva: “(...) tutti vogliono essere scrittori. Non tutti pensano di poter fare il dentista o il meccanico, ma tutti pensano di poter scrivere.”

Vero. E poi, scrivere perché? Beniamino Placido fa intravedere una risposta.

“Bukowski non è soltanto un vagabondo, è un vagabondo che scrive. Non è soltanto un senza lavoro. E’ un senza lavoro che scrive. Non è soltanto un disperato, è un disperato che scrive. Che descrive la disperazione sua e quella degli altri. Ma mentre quella degli altri rimane irredenta, la disperazione sua risulta alla fine riscattata dalla scrittura, e oggi anche dal successo.”

E’ lo stesso equivoco in cui ho fatto cadere l’assassino della mia storia. La scrittura come redenzione? Ma via, signor Placido. Da un uomo di mondo come lei non me lo sarei mai aspettato. Un adolescente può anche pensare che l’Arte si accompagni a pallidi intellettuali nerovestiti, e che faccia volare la loro anima qualche metro al di sopra di quella dei comuni mortali, in un azzurro empireo popolato da Muse benigne. Ma noi sappiamo – come lo sapeva bene Bukowski – che l’Arte percorre strade più impervie e ha strani compagni di viaggio; perfino omaccioni con lo stomaco deformato dalla troppa birra, magari anche afflitti dalle piattole. E che non vogliono redimersi, perché non ritengono di avere peccati da scontare.

“Allora, Charlie, per te l’arte non è una forma di elevazione dello spirito umano?”
“ Naah... se voglio elevarmi, metto le scarpe col rialzo. Scrivere è solo una questione di sopravvivenza”.