lunedì 9 marzo 2020

NOBODY KNOWS ANYTHING

Nel suo fondamentale Adventures in the Screen Trade, lo sceneggiatore William Goldman (Butch Cassidy, Misery, Potere assoluto) avverte che in fatto di cinema Nobody knows anything. Tradotto liberamente, "nessuno conosce davvero alcunché". E questa storia (raccontata in un altro libro fondamentale per i cinefili, Easy Riders Raging Bulls, di Peter Biskind) lo dimostra matematicamente.


Il giovane regista è nervoso. Sta per mostrare un premontaggio del suo film ai suoi amici e colleghi più fidati, anche loro registi e sceneggiatori, e al produttore. Di quel ristretto gruppo manca solo una persona, un regista che ha dato forfait all’ultimo momento. Anni dopo, spiegherà così il suo rifiuto di sbirciare in anteprima il lavoro dell’amico: “La realtà è che non vuoi vedere un film che sai migliore del tuo. E anche se i tuoi amici più cari dicono che è il tuo a essere migliore, tu sai che non è così”.

La proiezione comincia. Il regista aspetta ansiosamente l’opinione dei suoi amici, e soprattutto quella del produttore. Sta lavorando a quel progetto da cinque anni. Grazie al successo del suo film precedente, è riuscito a rinegoziare il contratto e ad assicurarsi diritti sulla colonna sonora, sui sequel e sull’eventuale merchandising. È stato accontentato senza problemi. Ridicolo pensare che ci siano sequel, e il merchandising richiede troppo tempo per uscire sul mercato e sfruttare la risonanza di un film.

“Voglio fare un film Disney”. Il regista lo ha detto e ridetto agli amici senza troppi giri di parole. Ha fatto tutti i conti. L’incasso medio di una pellicola Disney è di 16 milioni di dollari. Lui sa che gli ci vorrà un budget di 10 milioni di dollari. La casa di produzione gliene ha concessi 8 e mezzo, ma lui ha voluto cercare di persona i finanziatori. Conta sempre su un budget di 10, e conta di ricavare alla fine un utile di almeno 6 milioni di dollari.

Se il film andrà bene, s’intende. Ed è un grosso “se”. Perché ora, a vedere questo primo, rozzo montaggio, il lavoro sembra denunciare grosse pecche. Gli attori, giovanissimi, sono poco espressivi, e forse non per colpa loro. Forse aveva ragione l’attore che gli aveva detto: “Puoi anche scrivere questi dialoghi, ma ti assicuro che non si possono recitare”. E il montaggio è fiacco, privo di tensione. La moglie del regista, che aveva cominciato a lavorarci, ha poi abbandonato il progetto per andare a lavorare al film di un amico. Ora però anche lei è lì. E appena la proiezione termina, seguita dall’imbarazzato silenzio dei presenti, scoppia a piangere.

“E’ orrendo”, dice tra le lacrime.

Uno degli amici, regista anche lui, demolisce il film, definendolo un pastrocchio incomprensibile e perfino ridicolo. Gli amici sceneggiatori tacciono imbarazzati, non osando esternare quello che pensano. Il produttore, che aveva dato totale fiducia al giovane talento, è una statua di sale.

Solo uno dei presenti – il più giovane della compagnia – ha un’altra opinione. E dice tranquillamente: “Questo film farà cento milioni di dollari”. Lo guardano tutti come se fosse impazzito. Se voleva consolare il suo amico, una silenziosa pacca sulla spalla sarebbe stata più sensata.

E invece Steven ha perfettamente ragione a tranquillizzare l’amico George: Guerre Stellari li farà, cento milioni di dollari. In soli tre mesi.

Nobody knows anything. 

Forse Martin Scorsese aveva avuto un po’ di coda di paglia nel defilarsi dall’anteprima del film di Lucas. Dopotutto, Scorsese aveva scippato a Lucas la moglie Marcia per farsi montare New York, New York. Che sarà un clamoroso flop, nonostante due star come De Niro e Liza Minnelli. Tra i “danni collaterali” del successo di Guerre Stellari ci sarà l’affondamento ai botteghini di Sorcerer di William Friedkin, sontuoso e incompreso remake del Salario della Paura di Clouzot: un fiasco che oscurerà la carriera del regista dell’Esorcista. Brian De Palma continuerà a dirigere con alterne fortune, alternando flop a successi: nessuno di questi ultimi, però, raggiungerà mai le dimensioni del film dell’amico George, che lui aveva così brutalmente stroncato.


domenica 3 novembre 2019

NEMESI



Devo essere sincero. Detto fuori dai denti, pensavo che Nemesi mi deludesse. Perché Walter Hill ha la sua età (77 anni), l’ispirazione sembra averla persa da un bel po’, e l’ultimo suo lavoro che mi sia veramente piaciuto è il western televisivo Broken Trail, una cosa di ormai tredici anni fa. Beh, Nemesi (The Assignment, in originale) mi sembra il suo film più convincente almeno dai tempi di Undisputed (2002). E non l’avrei mai detto, con una trama che può essere riassunta così: il killer Frank Kitchen si sveglia coperto di bende in una lurida stanza d’albergo. Si toglie le bende e scopre di essere diventato una donna. Scoprirà poi che a sottoporlo a un’operazione di “gender reassignment” è stata una dottoressa folle che voleva vendicare la morte del fratello.

Curioso che un film del genere venga dal cantore di un cinema quasi esclusivamente virile, e invece qui concentrato proprio sul dualismo maschile/femminile.

È evidente che non siamo proprio dalle parti del realismo, e quello che la trama fa pensare è che si tratti di un film flamboyant alla Besson o alla Verhoeven dei bei tempi, una fiaba metropolitana dalle tinte noir e sopra le righe. E invece no. Da uno spunto inverosimile – per dirla eufemisticamente – Hill distilla un film secco e asciutto, “chirurgico” (passatemi il termine) e spiazzante. Intendiamoci, c’è tutto quello che ti aspetteresti da un thriller urbano firmato Hill: periferie urbane illuminate da gelide luci al neon, spari col silenziatore, locali fast food popolati da una triste umanità hopperiana. Ma tutto spogliato dal divertimento delle Strade di Fuoco, dall’epicità dei Guerrieri della Notte e dalla stoica consapevolezza del tramonto dei Cavalieri dalle Lunghe Ombre.


Il vero nemico da battere, per questi anti-eroi (meglio: anti-eroine), è dentro di sé. Sia per il killer Frank Kitchen, diventato donna con le fattezze di Michelle Rodriguez, sia per la vendicativa dottoressa Rachel Jane (Sigourny Weaver), prigioniera della struttura psichiatrica che la rinchiude, della camicia di forza che le lega le braccia, ma soprattutto della propria ossessione perfezionista. E, soprattutto, del rapporto irrisolto con la propria femminilità.


Non pensate nemmeno per un secondo a un film di istanze LGBT. È vero che la visualizzazione è esplicita e non può fare a meno del full frontal, ma la regia è rigorosa e non concede nulla all’effetto pruriginoso.

Dalla minimale trama thriller condotta su binari paralleli (Rodriguez e Weaver), e movimentata dai flashback quel tanto che basta, esce fuori un film nient’affatto banale, che mette un punto interrogativo accanto alla definizione di “maschile” e “femminile” e al concetto stesso di “identità”. E che mostra quanto tortuosa possa essere la strada che porta all’accettazione di sé stessi.