mercoledì 13 maggio 2020

DIECI ANNI FA, CARAVAN



L'11 maggio del 2010 usciva in edicola il dodicesimo e ultimo numero di Caravan, a tutt’oggi il lavoro a cui sono più legato.

Editorialmente parlando, un decennio oggi equivale a un’era geologica. E considerate anche che l’idea della serie era stata approvata da Sergio Bonelli ben quattro anni prima, nel 2006.

All’epoca, per quanto Caravan non fosse la prima miniserie per la casa editrice, costituiva una novità assoluta. Era la prima miniserie che non avesse per protagonista un eroe, ma un "personaggio collettivo”: l’intera popolazione di una cittadina in fuga, guidata da militari verso una meta sconosciuta che avrebbe dovuto offrire rifugio da una minaccia altrettanto sconosciuta, secretata per motivi di “sicurezza nazionale”.

Una storia on the road di millecentoventotto pagine, divisa in dodici episodi e in continuity, per quanto spezzata da flashback e da flashback dentro i flashback, in una stratificazione di linee narrative certamente inedita per le pubblicazioni Bonelli (e, credo, con pochi precedenti anche oltreoceano). 


Una storia in parte “italiana”, nonostante la collocazione fisica negli Stati Uniti. I protagonisti principali erano i componenti della famiglia Donati: Massimo Donati, sua moglie Stephanie, i figli Davide ed Ellen, e un jackrussell terrier di nome Chip.

Una storia - l'unica, credo - in cui, pur non raccontando nessun fatto reale della mia vita, ho riversato molto di me, anche se non a livello strettamente autobiografico. Forse ho scritto una sorta di autobiografia del mio immaginario, a cominciare dalla passione per la musica. Caravan inizia con una citazione musicale nascosta (il calcio di rigore del piccolo Nino di De Gregori), e si conclude con una citazione esplicita (ovviamente, di Bob Dylan). Esattamente nel mezzo del racconto, nel sesto episodio, c'è il mitico concerto italiano di Springsteen del 1984 (che non ho visto, e che ha un ruolo cruciale nella storia dei Donati).

Ma in Caravan c'è anche il cinema: che si incrocia con i fumetti, tramite Dellamorte Dellamore, e che diventa protagonista nel secondo episodio, dove racconto a modo mio Easy Rider. E poi ci sono le due città che mi hanno adottato, Milano e Firenze.

Per il sottoscritto, scrittore né prolifico né (fino a quel momento) particolarmente veloce, quello di Caravan è stato uno sforzo mai sostenuto prima. Più di mille tavole ambientate in cinque decenni diversi, attraversati da folla di personaggi e di relativi automezzi da distinguere uno per uno, affidata a uno staff di disegnatori da coordinare in ogni dettaglio, vista la stretta continuity del racconto. 

E non c’erano solo problemi organizzativi, ma anche quelli che riguardavano il contenuto delle storie. Sergio Bonelli, com’è noto, era tradizionalmente refrattario ad affrontare l’attualità e argomenti “divisivi” nelle sue pubblicazioni. Una cosa era inserire in una storia avventurosa qualche elemento realistico per definire un determinato contesto, altro conto era fare accenni espliciti alla storia recente, alla religione, e parlare di un argomento come il terrorismo.

Perfino le copertine presentavano un nodo da sciogliere, quello dell’assenza di armi e di qualsiasi situazione di tensione. L'editore era sconcertato: che cosa avrebbe potuto suggerire al lettore “bonelliano” una copertina con due ragazzi sotto un cielo in tempesta?



Copertine del numero 1 di tre diverse miniserie. 
Trovate le differenze...


Il problema ovviamente era aggirabile: negli episodi di Caravan le armi sono presenti, e in qualche caso fanno fuoco. Ma costruire le copertine sugli attimi più drammatici e/o violenti del racconto avrebbe significato ingannare il lettore.

Con Emiliano Mammucari, copertinista oltre che disegnatore, optammo per la massima trasparenza possibile. Ma d’altronde, per i lettori, l’assenza di elementi action dalle copertine era l’elemento meno “provocatorio” di Caravan


Riflessione col senno di poi: il cubo di Rubik, che nella storia avevo usato come metafora della misteriosa operazione Painted Sky, avrebbe potuto essere usato come metafora della serie.

La sfida al lettore era costituita dalla serie stessa: non esplicitamente avventurosa, e non dichiaratamente fantascientifica nonostante l’enigmatica premessa. Con lunghe sequenze di dialogo da racconto minimalista e con momenti thriller. Saga familiare, ma anche romanzo di formazione, il tutto narrato con uno zig-zag spaziotemporale tra luoghi e decenni diversi.

Caravan fu una serie apprezzata e detestata con pari intensità dai lettori, e generò lenzuolate di discussione sui forum, soprattutto per un finale che risultò spiazzante per l’epoca. Specifico “per l’epoca” perché oggi, dieci anni dopo, rileggere quei commenti sconcertati sembra un’operazione di archeologia della narrazione: le serie tivù ci hanno abituato a ogni sorta di contorsionismo narrativo spaziotemporale, e ormai i finali “spiazzanti” sono così frequenti che difficilmente spiazzano sul serio.

Metafumetto: il colonnello Warren si fa portavoce dei 
lettori nell'ultimo episodio di Caravan.

In ogni modo, visto che oggi si dibatte su haters e odio “da social”, vale la pena ricordare anche che accompagnai l’uscita della serie con un blog appositamente dedicato, e che i commenti furono sempre educati (nell’arco di dodici mesi, quelli che eliminai si contarono sulle dita di una mano). Forse fu solo fortuna. Forse fu il fatto che i social network allora non avevano la diffusione capillare di oggi. O forse, più semplicemente, fino a dieci anni fa vivevamo in un mondo non ancora completamente imbarbarito, chi lo sa.

Intanto, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta anche per la casa editrice, che ha pubblicato miniserie molto diverse fra di loro, rompendo il monopolio del bianco e nero e infrangendo il tabù del divieto all’ambientazione italiana (Il commissario Ricciardi, Mercurio Loi, Cani sciolti).

Dunque, oggi probabilmente Caravan non sconcerterebbe il lettore come allora. 

Concludo con qualche dato oggettivo. A un certo punto cominciò a correre sul web la voce che la serie fosse un fiasco. Non mi presi il disturbo di smentire. Non sono ossessionato dai tabulati di vendita. Ma se volete sapere come andò davvero Caravan, ve lo dico. Non fu esattamente un successo, almeno secondo le cifre a cui la casa editrice era abituata, ma non andò affatto male. Tirate le somme, la vendita media fu di 35/36.000 copie. Una cifra che oggi, per una miniserie, sarebbe da leccarsi i baffi.

Inoltre, Caravan si aggiudicò anche un paio di riconoscimenti fumettistici (uno a Lucca Comics & Games nel 2009 per le migliori sceneggiature, e uno al Cartoomics di Milano nel 2010, per le copertine di Emiliano Mammucari).

Fu pubblicata integralmente in Francia, dalle edizioni Clair de Lune, e in Serbia dalla Phoenix Press.

Nel 2014 la serie è uscita in libreria in una edizione riveduta e corretta, raccolta in due volumi che contengono sei episodi ciascuno.

Ancora oggi Caravan rimane una serie unica nella storia della casa editrice. E credo che resterà tale anche per me, frutto di un momento creativo probabilmente irripetibile. Il mio unico rimpianto è che i miei genitori non abbiano potuto leggerla. Ed è per questo che l'ho dedicata a loro.




martedì 12 maggio 2020

FAUDA, ovvero IL CAOS DELLA GUERRA



Per me la serie del momento (arrivata alla terza stagione) è su Netflix ed è Fauda.

Una piccola premessa: il conflitto tra israeliani e palestinesi è stato abbastanza raccontato al cinema, ma per lo più con film seriosi, schiacciati dal tema “importante” (e che hanno avuto poco riscontro al di fuori di Israele, salvo forse per Valzer con Bashir).

Fauda ha un approccio diverso. Gli autori non hanno la pretesa di fare uno statement politico. Fauda è un thriller che prende di petto l’argomento e lo svolge come un grande racconto popolare. Un po’ come, da noi, La Piovra aveva affrontato il difficile argomento della lotta alla mafia.

Per chi non lo sapesse: Fauda (“caos” in arabo) nasce dall'incontro tra un giornalista, Avi Issacharoff, con Lior Raz, ex componente della Mista’arvim, unità speciale di poliziotti israeliani infiltrati nelle comunità arabe per combattere il terrorismo. Issacharoff e Raz hanno avuto l’idea di proporre a Netflix una serie basata proprio sulle esperienze di Raz come infiltrato. E il resto, come si dice, è storia. 

 
Lior Raz. Quando si dice avere le physique du rôle

Il protagonista principale è lo stesso Raz, nei panni del poliziotto Doron Kabilio. La storia comincia quando Doron, ritiratosi dalla Mista’arvim, è richiamato in servizio per catturare il terrorista Taufiq Hamed. Doron riesce a individuare Hamed, ma il blitz per la cattura finisce male. L’incolpevole fratello di Hamed viene ucciso, e Hamed fugge. E, da quel momento, la caccia al terrorista diventa una vendetta personale che prescinde dalla causa politica. E che si abbatte con un effetto domino su tutti coloro che ne vengono coinvolti, direttamente o indirettamente, da entrambi i lati della barricata.

Alla base Fauda utilizza stilemi e personaggi collaudati del poliziesco e della spy story. Il poliziotto troppo coinvolto dal lavoro in crisi familiare. Il capo burbero, ma in fondo sentimentale. La testa calda della squadra. La bellona abile con le armi. Il valore dell’amicizia. La lealtà e il tradimento. Il fine che giustifica i mezzi, o forse no. Niente di tremendamente nuovo, ma raccontato efficacemente con una messa in scena iperrealistica: vicoli affollati, edifici fatiscenti, barbe lunghe e facce stropicciate dal caldo e dalla tensione. Ma c’è qualcos’altro.

Le serie televisive ci hanno abituato da almeno una decina di anni alla commistione dei generi, a un’alternanza sempre più decisa di registri stilistici, a una spartizione più equa della cosiddetta “linea orizzontale” (il plot) e “linea verticale” (il racconto del singolo personaggio). Fauda mette a frutto la lezione di serie come The Shield e Homeland, ma in un contesto storico, politico e geografico – quello mediorientale – ancora non inflazionato dalla fiction. 

Perciò il registro stilistico del thriller e della spy story si intreccia spesso con quello sentimentale: le vicende familiari hanno grande spazio. Ed è proprio nella parte palestinese del racconto che la serie diventa più interessante, perché ci mostra come la scelta del terrorismo non coinvolga solo aspiranti “shahid” (martiri) che hanno lasciato la famiglia per combattere in clandestinità. Ci sono anche quelli che non vorrebbero lasciare ai figli un’eredità di sangue. Ci sono fratelli divisi da scelte di vita agli antipodi. Mogli fedeli e fanatiche quanto i mariti, e mogli che cercano di proteggere i figli dalle scelte del loro padre. Generazioni reclutate in una leva obbligatoria del terrore, catapultate in un conflitto da combattere senza discutere.

Tough chicks. Rona Lee-Shimon è Nurit, unica donna della squadra.

E infine, c’è il registro da film bellico. Perché in fondo, attraverso il thriller, la spy story e le saghe familiari, Fauda racconta una guerra. È un conflitto di quelli detti “a bassa intensità”, che non conta migliaia di morti, ma è pur sempre una guerra. E noi non seguiamo le storie dei generali o dei leader, ma dei combattenti in trincea. Persone comuni, probabilmente molto più simili tra loro di quanto i rispettivi ruoli farebbero sospettare. Uomini e donne che combattono “perché sì”: perché si obbedisce agli ordini, perché si è fedeli alla causa. Ma il caos confonde tutto: verità e menzogna, giusto e sbagliato, amor di patria e vendette personali, e conta solo vincere la prossima battaglia, fingendo di sapere che nessuno vincerà mai la guerra.

Dentro il thriller – gli agguati, le sparatorie e le esplosioni – c’è uno spaccato di vita che nessun articolo di giornale, per quanto documentato, può raccontare con altrettanta forza. Ed è per questo che la serie, parlata quasi completamente in arabo, si è conquistata una considerevole audience anche nei paesi arabi, un caso davvero singolare per una fiction israeliana.

Per gli spettatori italiani: la serie è arrivata alla terza stagione. Nella versione italiana sono doppiati solo i dialoghi in ebraico, e quelli in arabo sono sottotitolati. 

Laetitia Eydo è la dottoressa Shirin-El Habed 
(il più bel personaggio delle prime due stagioni)

Shadi Mar'i è Walid.