mercoledì 31 luglio 2019

EVAN HUNTER E IL CINEMA

Ci sono scrittori che si sentono maltrattati dal cinema (sono passate alla storia le rimostranze di Stephen King per Shining e di Michael Ende per La Storia Infinita), e ci sono scrittori realmente maltrattati dal cinema. Evan Hunter rientra, purtroppo, nella seconda categoria.

In realtà il suo rapporto col cinema era iniziato benissimo, nel 1955 con Il seme della violenza, l’ottimo film che Richard Brooks trasse dal suo primo romanzo, e che lanciò lo scrittore a Hollywood a cavallo tra gli anni cinquanta e i sessanta. Nel 1958, dopo tre film a basso budget tratti dai primi romanzi , l’87° Distretto approda sul piccolo schermo, con una serie di trenta episodi (mai trasmessi in Italia). Intanto lo scrittore lavora per Alfred Hitchcok alla serie televisiva Alfred Hitchcock presenta, e adatta per il grande schermo il proprio romanzo Gli amanti: il film, intitolato Noi due sconosciuti (1960), è diretto da Richard Quine. Nel 1961 a essere trasposto per il cinema è il romanzo La vita ladra, con il titolo Il giardino della violenza. C’è un cast notevole (Burt Lancaster, Shelley Winters, Telly Savalas) e un regista personale, John Frankenheimer, che però non apprezza il romanzo e spinge gli sceneggiatori a modificarlo in maniera massiccia. Il risultato, a parte qualche squarcio visivo di indubbio impatto, non è esaltante.

 

Con Anatomia di un rapimento (1963), Akira Kurosawa trasporta in Giappone un romanzo dell’87° Distretto, Due colpi in uno. E in seguito Hunter viene chiamato da Hitchcock a sceneggiare Gli uccelli. E’, passatemi il gioco di parole, l’ultimo colpo d’ala dello scrittore nel cinema. La collaborazione con Hitchcock dovrebbe continuare con Marnie, ma si interrompe in fase di sceneggiatura. Sarà lo stesso Hunter a raccontare molti anni dopo nel libro Hitch e io (1997), il motivo della rottura: la scena dello stupro di Marnie, per Hunter, era tanto sgradevole quanto narrativamente inutile. E lo scrittore lo esternò candidamente. Hitchcock non si prese neanche il disturbo di licenziare Hunter di persona. Ci pensò la sua assistente Peggy Robertson. Hunter fu rimpiazzato con una sceneggiatrice, Jay Presson Allen, che gli disse: “Ti ha infastidito proprio la scena per cui lui ha deciso di fare il film. Ti sei comprato da solo il biglietto di ritorno per New York”.

Da quel momento in poi, il rapporto di Hunter col cinema non si interrompe del tutto, ma non produrrà più niente di memorabile. Il suo Buddwing (curiosamente intitolato in Italia Un romanzo), intenso racconto su un uomo in preda ad amnesia, genera un fiacco adattamento hollywoodiano con James Garner, intitolato Una donna senza volto (1966), per la regia di Delbert Mann.

Decisamente meglio I brevi giorni selvaggi (1969), diretto da Frank Perry e scritto da sua moglie Eleanor, basato sul romanzo L’estate scorsa: una storia di adolescenza inquieta, interpretata da una Barbara Hershey allora ventenne.

Gli anni settanta sono un decennio creativamente felice per l’autore, con i romanzi migliori dell’87° Distretto. Ma, curiosamente, la sua opera sembra suscitare più interesse in Europa che in patria. Tre romanzi dell’Ottantasettesimo vengono adattati per la tivù cecoslovacca, mentre il cinema che si interessa a Hunter/McBain è quello francese, con tre pellicole: Le cri du cormoran, le soir au dessus de jonques (1971), bizzarro titolo per l’adattamento di Una vita in gioco, romanzo a firma Hunter, diretto da Michel Audiard. Un film caduto nell’oblio e, a leggere le sconcertate recensioni, si capisce perché.

Segue Senza movente (1971), adattamento del romanzo dell’87° Lungo viaggio senza ritorno, diretto da Philippe Labro e con Jean Louis Trintignant, e infine Rosso nel buio (1978), tratto da Parenti di sangue per l’87° Distretto, diretto da Claude Chabrol e con Donald Sutherland nel ruolo dell’ispettore “Carrel”.


 Se questi ultimi due titoli francesi sono adattamenti dignitosi, da dimenticare sono proprio le produzioni americane. Il primo film è tratto da un romanzo umoristico a firma Hunter, Il profumo dei dollari, ed è uscito anche in Italia col titolo Mafiosi di mezza tacca e una governante dritta (1972). Un buon cast (Lynn Redgrave, Victor Mature, Dom DeLuise), ma affidato all’anonimo Cy Howard. Il film è scomparso dalla circolazione, tanto che i commenti su IMDB sono solo quattro, e tutt’altro che entusiasti.


Il secondo film ha circolato abbastanza sulle nostre televisioni, almeno fino agli anni novanta: ...e tutto in biglietti di piccolo taglio (1972), tratto dal romanzo Allarme: arriva la madama. Sceneggiato dallo stesso Hunter e ambientato a Boston, doveva essere la consacrazione cinematografica dell’Ottantasettesimo, con un cast di tutto rispetto (Burt Reynolds, Raquel Welch, Yul Brynner). In mano al regista Richard Colla ne esce un film nella media dei polizieschi dell’epoca, che non riesce ad amalgamare efficacemente i momenti drammatici con quelli grotteschi.

Il decennio degli anni ottanta vede ancora una volta adattamenti all’estero (Giappone e Cecoslovacchia), mentre Hunter scrive sceneggiature per western televisivi. Gli anni novanta contano ben tre tentativi di puntata-pilota per un’eventuale serie sull’87° Distretto. Il primo, nel 1995, è 87° Distretto – L’impronta dell’assassino, tratto dal romanzo Fulmini per l’87° Distretto. Nel ruolo di Carella c’è un bravo attore che però non ha le physique du rôle, Randy Quaid. E Meyer Meyer è interpretato dall’attore Ron Perkins (che non è però completamente calvo come il personaggio). Non ci sono certamente le premesse per un successo, e infatti la serie non parte.

Secondo tentativo, un anno dopo: stavolta nei panni di Carella c’è il belloccio Dale Midkiff (almeno fisicamente, più in parte di Quaid), e in quelli di Meyer c’è Joe Pantoliano, mentre Andrea Ferrell è Teddy Carella, e Michael Gross (il papà di Casa Keaton) è il capitano Byrnes. Ad adattare il romanzo (Ghiaccio per l’87° Distretto) c’è quella vecchia volpe di Larry Cohen, scrittore e regista di un’infinità di B-movies (Il serpente alato, Baby Killer, Maniac Cop). Il titolo italiano del tv movie è Un caso difficile per l'87° Distretto.


Il riscontro convince il network a riprovarci un anno dopo con lo stesso cast, tranne Pantoliano sostituito da Paul Ben Victor, e l’aggiunta di Erika Eleniak nella parte della poliziotta Eileen Burke. Il romanzo scelto per l’adattamento è Troppo caldo per l’87° Distretto, col titolo Donne in trappola (1997). Ma siamo sempre ampiamente nei confini della medietas televisiva, e il tentativo di portare l’Ottantasettesimo in tivù naufraga definitivamente. In termini di poliziesco televisivo, Hill Street giorno e notte ha già detto tutto quello che c’era da dire, proprio replicando la formula inventata da Hunter/McBain per il suo Ottantasettesimo. Un amaro boccone che lo scrittore non riuscirà mai a mandare giù. (“Perfino Furillo suona come Carella”, si lamentò Hunter, riferendosi a uno dei protagonisti di Hill Street).

Curiosamente, ad affacciarsi sugli schermi televisivi negli anni duemila è un altro personaggio seriale a firma McBain, l’avvocato Matthew Hope. Il romanzo scelto è Tre topolini ciechi (titolo che richiama una famosa filastrocca) e il tv-movie è intitolato da noi, senza troppa fantasia, Un caso difficile per Matthew Hope (2001). Ma l’attore scelto, Brian Dennehy, per quanto incisivo, è fisicamente e anagraficamente distante dal personaggio dei romanzi. Il risultato è un altro prodotto “medio” per un sabato pomeriggio davanti al piccolo schermo, ma che è già dimenticato la domenica.

A ricordarsi dell’Ottantasettesimo è il Giappone, con ben tre adattamenti negli anni duemila, tra cui il secondo di quel King’s Ransom già portato sullo schermo da Kurosawa. Ma Evan Hunter è già scomparso nel 2005.

IMDB ci informa che l’ultimo film tratto da un’opera dello scrittore è un cortometraggio canadese, Spin, ispirato a un vecchio racconto firmato come Ed McBain.

venerdì 26 luglio 2019

L'UOMO CHE AVEVA VISTO COSE

Articolo pubblicato il 30 settembre 2008, in occasione della visita di Rutger Hauer a Milano per la rassegna di cortometraggi "I've seen films".


 Quando l’attore si trovò di fronte quella pagina di dialogo, anzi, di monologo, disse al regista che gli sembrava troppo lungo, e che voleva sfoltirlo.” Fai pure”, disse il regista tagliando corto. Era già in ritardo sulla lavorazione, i costi del film erano saliti ben oltre il budget. Qualsiasi soluzione che accorciasse i tempi era ben accetta.

Al ciak l’attore sintetizzò il monologo in cinque righe, che cominciavano così: – Io ne ho viste, cose che voi umani non potreste immaginarvi... (in originale: I've seen things you people wouldn't believe...)

Quando il regista diede lo stop, né lui né l’attore sapevano di avere girato quello che sarebbe stato il monologo cinematografico più amato, citato, parodiato nell’ultimo scorcio del ventesimo secolo.

Al momento di interpretare la parte del replicante Roy in Blade Runner, l’attore olandese Rutger Hauer ha già quarantadue anni, ma è solo al suo secondo film in lingua inglese.

La carriera di Hauer comincia alla tv olandese nel 1969, quando il regista Paul Verhoeven lo sceglie come protagonista della serie Floris, imperniata sulle avventure di un cavaliere medievale.



Il successo della serie è tale che il sodalizio tra regista e attore continua al cinema, con ben quattro film nell’arco di sette anni, dal 1973 al 1980: Fiore di carne, Kitty Tippel, Soldato d’Orange e Spetters.

Durante questo periodo Hauer gira anche qualche film in Germania, tra cui il drammatico (in vari sensi della parola) Pusteblume, uscito anche in Italia con l’agghiacciante titolo La donna che violentò se stessa. Ma non smette mai di lavorare nel teatro, che considera il suo “vero” lavoro. In quel periodo vive con la moglie in una casa in campagna, in una zona così isolata da non avere nemmeno la linea telefonica.

Uscito dalla compagnia teatrale dopo uno screzio col direttore artistico, decide di compiere quello che per lui è un salto nel buio: lasciare il “sicuro” lavoro teatrale per tentare l’incerta carriera cinematografica.
Riesce così a lavorare in due grosse produzioni internazionali, Il seme dell’odio e Max Havelaar. Ma sarà Soldato d’Orange (1979), che racconta la resistenza olandese durante la seconda guerra mondiale, ad attirare l’attenzione di Hollywood, ricevendo anche dei premi.

Durante un viaggio a New York per promuovere il film qualcuno suggerisce ad Hauer – che parla discretamente l’inglese – di trovarsi un agente americano. L’attore accetta il consiglio, e poco tempo dopo ottiene la parte del terrorista Wulfgar nel thriller metropolitano I falchi della notte, facendo da antagonista a Sylvester Stallone. L’anno seguente è chiamato a interpretare Roy Batty in Dangerous Days (titolo di lavorazione di Blade Runner). E il resto, come si dice, è Storia.

Blade Runner ha rischiato di far diventare Hauer una star, procurandogli in seguito molte parti da protagonista (soprattutto nel ruolo del cattivo) per tutto il decennio degli anni ottanta. Hauer è stato un autostoppista assassino (in The Hitcher, forse il suo ruolo migliore dopo il film di Scott), e due volte cavaliere medievale: una come eroe positivo (in Ladyhawke) e una come spietato mercenario (L’amore e il sangue, di nuovo per la regia di Paul Verhoeven). È stato anche un barbone in cerca di redenzione (La leggenda del santo bevitore), giornalista coinvolto in un intrigo spionistico (Osterman Weekend), ma soprattutto è stato killer o giustiziere in una pletora di thriller a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta. Dalla fine degli anni ottanta, infatti, Hauer sembra accettare i copioni a occhi chiusi: Furia cieca, Wanted – Vivo o morto, Le mani della notte, Detective Stone sono tutti film che scivolano via senza lasciare tracce nella memoria. Il periodo successivo lo vede più sul piccolo che sul grande schermo, fino al ritorno all’attenzione del grande pubblico nel 2005 in un ruolo piccolo ma carismatico: quello del malvagio cardinale Roark in Sin City.



Attore instancabile con più di cento film all’attivo, ma sempre lontano dal jet set e da Hollywood, Hauer non è mai stato un chiacchierone, e ha cominciato a raccontarsi solo di recente. L’anno scorso è uscita la sua autobiografia scritta con Patrick Quinlan (All those moments, “Tutti quei momenti”, ovvia citazione da Blade Runner).

All those moments riserva diverse sorprese. Innanzitutto non è una autocelebrazione che si preoccupa di esternare l’Hauer–pensiero sui massimi sistemi e sul Cinema con la C maiuscola, ma uno spaccato su quasi quarant’anni di carriera; una sorta di diario che, a parte l’ovvio risalto a Blade Runner, racconta di filmoni e di filmetti con identico, sereno distacco.

La seconda sorpresa di All those moments è il candore con cui Hauer racconta la sua storia d’amore con Ineke Ten Kate, la sua seconda moglie, incontrata nel 1968, sposata nel 1985 e tuttora al suo fianco.

La terza sorpresa è il vero motivo per cui questa autobiografia minimale è stata scritta. Tutti i proventi di All those moments, infatti, vanno all’associazione Starfish (stella marina, ndr), fondata dallo stesso Hauer per la lotta all’AIDS. Hauer racconta che l’idea dell’associazione nacque durante il soggiorno, per le riprese del film Jungle Juice, nell’arcipelago caribico di Turks e Caicos. Un posto paradisiaco, ma la cui popolazione era letteralmente falcidiata dall’AIDS.

A tutt’oggi, l’attività della Starfish occupa gran parte del tempo di Rutger Hauer, ed è inestricabilmente intrecciata con quella della Rutger Hauer Filmfactory, la scuola di cinema fondata da Hauer in Olanda.

Curiosamente, entrambe le attività vedono coinvolta l’Italia. Non solo perché la Starfish ha sede legale a Milano, ma anche perché proprio a Milano (o meglio, al multisala Skyline di Sesto San Giovanni) Hauer ha allestito la rassegna–concorso di corti I’ve seen films nello scorso settembre. E si è speso con prodigalità encomiabile, presentando ogni giornata di proiezioni.

A sessantasei anni (peraltro ben portati), Rutger Hauer non è diventato una star. “Una star è un prodotto – ha detto – e io sono un attore”. E in effetti, solo una star come Harrison Ford (di due anni più anziano di Hauer) può preoccuparsi di risultare ancora credibile in un ruolo d’azione. Hauer, non più preoccupato (se mai lo è stato) di mantenere lo status di star e icona virile, oggi si divide tra piccoli ruoli carismatici come quello in Sin City e il comprimariato di lusso in kolossal come Batman. E continua a non rifiutare interpretazioni prettamente “alimentari”.

Intervistato all’apice del suo successo negli anni ottanta, al giornalista che gli chiedeva cosa significava essere un vincente rispose: “Non credo che nella vita si arrivi a vincere veramente. Al massimo si arriva a capire qualcosa in più”.