sabato 27 novembre 2021

LA NAVE STA ARRIVANDO


When the ship comes in fu incisa da Bob Dylan nel 1963 per il suo terzo album, che prende il titolo da una delle sue canzoni più famose - nonché vero e proprio inno generazionale - The Times They Are A-Changin'. Appena due anni dopo, Highway 61 Revisited siglerà la fine definitiva del Dylan folk e engagé, consacrando il giovane Bob come il primo "poeta da juke-box" (definizione di Allen Ginsberg) e consegnandolo a una fama planetaria. Ma nel 1963 Dylan è allo zenith della sua produzione "politica" legata alla musica folk, e When the ship comes in ne è un perfetto esempio: con toni solenni e quasi da profezia biblica, Dylan immagina l’arrivo di una nave che arriverà da un mare in tempesta, infliggerà agli ingiusti il meritato castigo e annuncerà la nascita di un mondo nuovo. 

Curioso che una composizione del genere abbia avuto una genesi molto prosaica, che Joan Baez raccontò nella sua autobiografia E una voce per cantare.

 

Joan Baez e Bob Dylan negli anni Sessanta

Nel 1963 la Baez, appena ventiduenne e già folkstar con un disco d’oro all’attivo, si era portata appresso in tournée Dylan, allora astro emergente, e durante una tappa andò con lui a fissare due stanze in un albergo. Alla reception le dissero che certamente avevano una stanza per lei, ma non per “il suo amico”. Il problema era che Bob, spiega la Baez, “se lo si guardava con occhio artistico, aveva l’aria di un poeta, ma se lo si guardava con occhio poco avvezzo poteva sembrare un vagabondo”. (Anni dopo, lei stessa lo avrebbe chiamato eloquentemente “the unwashed phenomenon”, nella sua struggente Diamonds and rust).   

Risentita, la cantante puntò i piedi e disse al receptionist che lei non avrebbe alloggiato in quell’hotel, a meno che non avessero trovato una stanza anche per Dylan. E a quel punto una stanza libera saltò fuori. Continua la Baez: “Mi scusai con Bob, che però mi rispose che non gliene importava assolutamente niente. Ma quella sera, alla fine del concerto, aveva già scritto un’intera canzone, When Your (sic) ship comes in. Era risentita, vendicativa, forte e lirica.”

Il brano ebbe una certa fortuna: come altri brani del primo Dylan, fu ripreso dal trio Peter, Paul and Mary, dagli Hollies, da Arlo Guthrie e, successivamente, dai Clancy Brothers e dai Pogues. Ed è di questi ultimi la versione che vi propongo, decisamente molto più “mossa” delle ossequiose cover precedenti. 

La traduzione che trovate qua sotto (seguita dal testo originale) è un mio esperimento: ho tentato una traduzione quanto più possibile vicina al testo originale, ma rispettosa della metrica, e quindi cantabile. 

PS: ovviamente, tra quanto sta accadendo ora nel Draghistan e questo post non c’è nessuna correlazione. 

 


LA NAVE STA ARRIVANDO (Bob Dylan)

Sai che l’ora verrà quando il vento cadrà 

e non lo udrai più soffiare 
come calma sul piano prima dell’uragano, 
e la nave andrà a salpare.
 
Poi nell’acqua un turbinio come collera di Dio 
e la sabbia si alza con i venti 
la marea batte le sponde col martello delle onde 
e il mattino affila i denti.  
 
I pesci rideranno e le ali ruberanno 
ai gabbiani per levarsi in volo. 
E perfino le scogliere si alzeranno per vedere 
le bandiere sopra il molo.  
 
Né bugie in televisione né le palle di cannone 
fermeranno questa nave in corsa. 
Le menzogne insieme al piombo delle armi andranno a fondo 
sotto il mare che s’ingrossa.  
 
È un canto in primavera che gonfia quella vela 
e la nave adesso si avvicina. 
C’è un calore incandescente dentro agli occhi della gente 
e niente è come prima.  
 
Nel silenzio dell’attesa la sabbia si è distesa 
e un tappeto d’oro ha srotolato. 
Ricopre l’erba e i sassi e guida i nostri passi 
mentre il mondo è senza fiato. 
 
E il nemico si desta con la confusione in testa 
e dice “Non ci credo, sto sognando”. 
Ma il suo incubo più nero questa volta è tutto vero,
la nave sta arrivando.  

Sanno di essere spacciati e per non essere schiacciati 
in ginocchio abbassano la fronte. 
E la nave entra nel porto mentre un altro sole è sorto 
e un nuovo mondo è all’orizzonte. 
 
WHEN THE SHIP COMES IN

Oh the time will come up when the winds will stop
And the breeze will cease to be breathin’
Like the stillness in the wind ’fore the hurricane begins
The hour when the ship comes in 

Oh the seas will split and the ship will hit
And the sands on the shoreline will be shaking
Then the tide will sound and the waves will pound
And the morning will be breaking

Oh the fishes will laugh as they swim out of the path
And the seagulls they’ll be smiling
And the rocks on the sand will proudly stand
The hour that the ship comes in  

And the words that are used for to get the ship confused
Will not be understood as they’re spoken
For the chains of the sea will have busted in the night
And will be buried at the bottom of the ocean

A song will lift as the mainsail shifts
And the boat drifts on to the shoreline
And the sun will respect every face on the deck
The hour that the ship comes in

Then the sands will roll out a carpet of gold
For your weary toes to be a-touchin’
And the ship’s wise men will remind you once again
That the whole wide world is watchin’

Oh the foes will rise with the sleep still in their eyes
And they’ll jerk from their beds and think they’re dreamin’
But they’ll pinch themselves and squeal and know that it’s for real
The hour that the ship comes in

Then they’ll raise their hands sayin’ “We’ll meet all your demands”
But we’ll shout from the bow  “Your days are numbered”
And like Pharaoh’s tribe they’ll be drowned in the tide
And like Goliath, they’ll be conquered

written by Bob Dylan

Copyright © 1963, 1964 by Warner Bros. Inc.; renewed 1991, 1992 by Special Rider Music

giovedì 15 luglio 2021

L'INCORAGGIAMENTO E' IMPORTANTE... O FORSE NO.

Nel 1990 stavo lavorando alacremente a Nathan Never con Serra e Vigna. Dovevamo avere una buona scorta di storie al momento dell'uscita, fissata per l'estate del 1991. Nel frattempo, però,  continuavo a scrivere da solo sceneggiature per Nick Raider.

La sceneggiatura intitolata Saigon era la quarta che scrivevo per la serie creata da Claudio Nizzi. D'accordo col supervisore Renato Queirolo, avevo forzato un po' la cronologia del personaggio. Gli avevo inventato un passato militare che comprendeva un'esperienza, anche se breve, nel Vietnam. 

 

La prima versione del soggetto era zeppa di ingenuità, che Queirolo mi additò subito. Mi disse: "Dovresti leggere qualche libro serio sul Vietnam, e non basarti su Apocalypse Now e Il cacciatore". Mi sciroppai un'intera enciclopedia a dispense appena uscita (il titolo, se non ricordo male, era Nam o The Nam) , riscrissi da capo il soggetto, che fu approvato, e poi realizzai la sceneggiatura. 

Queirolo mi fece cambiare solo il finale, che nella prima versione era piuttosto splatter, e di tutto il resto toccò poco o nulla. 

Non avevo ancora trent'anni, ed ero orgoglioso del lavoro fatto. Prima di allora non mi ero mai documentato tanto per scrivere una storia. E se un supervisore esigente (eufemismo) come Renato Queirolo era soddisfatto, potevo a buon diritto esserne soddisfatto anch'io.

La storia uscì sul numero 33 della serie, nel mese di febbraio 1991.

Mesi dopo la pubblicazione, in uno dei miei periodici viaggi a Milano, una redattrice mi consegnò una lettera. Era indirizzata proprio a me, c/o Sergio Bonelli Editore. Una lettera per me? Solo per me? Non per Medda, Serra e Vigna? Un lettore mi scriveva? Ero incredulo. Ma, se si era preso il disturbo di scrivere, sicuramente voleva dirmi quanto aveva apprezzato una delle mie storie... 


La busta non indicava alcun mittente e io, che bruciavo dalla curiosità, la aprii all'istante. Ecco che cosa conteneva. 

 

Ci rimasi male? Sul momento sì. La cosa ebbe altri effetti su di me? No. Per quanto fossi giovane e professionalmente acerbo, sapevo che negli anni a venire avrei letto critiche di ogni tipo al mio lavoro. E il fatto che alcune fossero argomentate (almeno formalmente) e travestite da "recensione" non le avrebbe rese meno immotivate, stupide, prevenute, assurde. 

Ma tutto questo non ha la minima importanza. Il lettore può dire quello che vuole. E anche il recensore, ci mancherebbe. Ho cominciato a pubblicare nel 1988, più di trent’anni fa. In tutto questo tempo non ho mai replicato a un recensore per dirgli "Guarda, non hai capito, lascia che ti spieghi". 

D’altro canto, mi mettono tristezza quelli che postano il link alla recensione positiva, e ancora di più quelli che ringraziano il recensore. Una recensione positiva non renderà buono il vostro lavoro, se non lo è.  E se lo è, una recensione negativa non lo renderà pessimo.

Penso che in qualsiasi campo artistico autori e critici debbano viaggiare su rette parallele e non incrociarsi mai. Per questo il dibattito sulla critica fumettistica non mi ha mai appassionato. Sì, sarebbe un mondo più giusto quello in cui il fumetto definito “popolare” fosse analizzato con la stessa attenzione dedicata alle cosiddette graphic-novel. Ma non ci perdo il sonno. Sono ben altre le ingiustizie che mi preoccupano, da qualche anno a questa parte.

Se c'è un solo suggerimento che dopo trenta e più anni di attività di scrittore  posso dare a un giovane  scrittore è questo: quando ti siedi a scrivere, non c’è nessuno tra te e la pagina bianca. Quello spazio è tuo, nessuno può invaderlo. Nessuno può turbare quel flusso invisibile che parte dal tuo cervello e prende forma sulla pagina.

Perciò, quando il lavoro sarà finito, sii il primo e unico giudice di te stesso. Giudica quello che hai scritto, non quello che ne scrivono gli altri.