domenica 21 luglio 2019

IL GRANDE ROMANZO DI ED McBAIN

Visto che Einaudi sta riproponendo in libreria i romanzi di uno dei miei scrittori preferiti, Evan Hunter aka Ed McBain, che ci lasciava quattordici anni fa, proprio nel mese di luglio, ripropongo qua sotto il pezzo che scrissi allora.


Oggi il nome di Evan Hunter non è notissimo al pubblico italiano. Probabilmente solo qualche cinefilo ricorda che è firmata Evan Hunter la sceneggiatura di uno dei più celebri film di Hitchcock, Gli uccelli. E forse i vostri nonni ricordano anche il film Il seme della violenza, diretto da Richard Brooks (1955) e tratto dal primo libro (e primo best-seller) di Hunter.

Fu un film che fece discutere, uno dei primi a portare sugli schermi il disagio giovanile, prototipo di quel filone della serie "insegnanti e ragazzi difficili" inaugurato al suono del celeberrimo Rock around the clock di Bill Haley.

Ma la vera popolarità Hunter la conquistò nel 1956, quando, ad appena trent'anni, diede il via alla serie poliziesca dedicata all'87° Distretto, firmandola con lo pseudonimo di Ed McBain.

Il successo fu tale che la fama di "McBain" finì per superare quella di Evan Hunter. Il primo romanzo con l'87° Distretto, L'assassino ha lasciato la firma, presentava diverse novità rispetto alla letteratura poliziesca contemporanea. In primo luogo, la formula narrativa scelta dall'autore era quella del cosiddetto police-procedural: il giallo basato non sul classico "chi è stato?" ma sulla descrizione dettagliata e realistica dell'indagine poliziesca. Non si trattava di una novità assoluta, in realtà; altri scrittori avevano già affrontato il poliziesco "realistico", ma Hunter-McBain adottò la formula con un tale rigore da essere reputato, alla fine, l'inventore di questo filone della fiction poliziesca.


Ai romanzi dell'87° Distretto – subito adattati per la tivù negli anni cinquanta - devono qualcosa tutte le serie poliziesche successive, dal vecchio I detectives con Robert Taylor fino al famoso Hill Street giorno e notte, dove le strutture narrative di McBain sono riprese con rigore quasi filologico, seppure virate in grottesco secondo un gusto che anticipava gli anni novanta. E va detto che lo scrittore non apprezzò affatto Hill Street: gli sembrò un tentativo di impadronirsi della sua idea senza pagarne i diritti. Perché la novità dirompente dei romanzi di McBain consisteva proprio nella concezione del distretto come protagonista collettivo: non più un solo eroe, ma un gruppo di uomini, cioè tutti i componenti della squadra investigativa: un gruppo eterogeneo che rappresenta perfettamente il melting pot, il crogiuolo razziale che popola le metropoli americane. Nel gruppo spicca l'italo-americano Steve Carella (che McBain fa sposare con una ragazza sordomuta ben quarant'anni prima del politically correct), l'ebreo Meyer Meyer, l'irlandese Bob O'Brien, il nero Arthur Brown, e gli americani wasp Bert Kling e Cotton Hawes.


Se è vero che Hunter/McBain aveva una particolare simpatia per Steve Carella e lo rendeva un po' più protagonista degli altri, è vero che nei romanzi dell'87° anche i semplici passanti possono essere protagonisti per qualche pagina. Ma soprattutto possono essere protagoniste le donne, che lo scrittore apprezzava anche nella vita (ebbe tre mogli: Mary Vann, Anita Melnick e Dragica Dimitrievic'). Mogli, fidanzate, amanti, dark ladies o poliziotte, le donne hanno sempre avuto grande spazio nei romanzi dell’87°, al punto che alle donne della saga furono dedicate ben due antologie: Mc Bain’s Ladies – The Women of the 87th precinct (1988) e Mc Bain’s Ladies, too (1989).

Ma soprattutto - e questa era un'altra novità - altra protagonista dei romanzi di McBain era la metropoli. Anche in questo caso, McBain non fu certo il primo ad ambientare una serie poliziesca in una grande città. Ma con McBain era la prima volta che la città - con le sue avenues, gli slums fatiscenti, i ghetti, il fiume, il parco - assurgeva al ruolo di protagonista. Mai prima di allora un autore di mystery aveva dato tanto peso alla rappresentazione di una metropoli, descritta minuziosamente e, soprattutto, completamente inventata. La città dell'87° Distretto, infatti, non ha nome e non esiste se non nella fantasia dell'autore; ma in compenso la sua toponomastica fittizia - con il quartiere centrale di Isola, il Grover Park, Calm's Point, Riverhead - è diventata familiare ai lettori quanto l'inconfondibile sagoma di Manhattan immortalata da centinaia di film e telefilm.

Con più di cinquanta romanzi in quasi cinquant’anni, la serie dell'87° Distretto rappresenta una vera e propria saga contemporanea dalle atmosfere eterogenee, che variano - come scrisse un critico – “dal terrore puro al divertimento irresistibile”. Ben lontano dalle ripetizioni imposte dalla serialità, McBain ha strutturato quasi tutte le sue storie su un'idea di volta in volta diversa dalle precedenti. Nel romanzo Confessione di un presidente all'87° Distretto, ad esempio, si adombra metaforicamente la parabola di Nixon attraverso la confessione del capo di una gang giovanile. 87° Distretto: Tutti presenti si svolge nell'arco di ventiquattr'ore, durante le quali seguiamo le vicende di tutti gli agenti della squadra. In Chiamate Frederick 7-8024 compare per la prima volta "Il Sordo", un criminale senza nome che ritorna in vari romanzi, e costituisce per l'ottantasettesimo quello che Moriarty era per Sherlock Holmes. Attentato Carella ha la struttura di una piéce teatrale virata in thriller: è ambientato per tre quarti nella sala agenti del distretto, dove una donna impazzita tiene in ostaggio i presenti con una fiala piena di nitroglicerina. Ma il romanzo più curioso - e più amaro - è forse Tutto regolare, mamma, dove gli agenti dell'87° compaiono solo in una manciata di pagine: il protagonista, infatti, è un singolare tipo di assassino malato di solitudine, che suscita più la pietà che lo sdegno del lettore.


Negli anni settanta, oltre a scrivere sceneggiature per cinema e tivù e alcuni romanzi a firma Evan Hunter, McBain scrive un bellissimo noir, Bocche di fuoco (1976) e avvia un’altra serie, ambientata in Florida: stavolta il protagonista è uno solo, l’avvocato Matthew Hope. Ma naturalmente la saga dell’ottantasettesimo continua, e forse il decennio degli anni settanta è quello creativamente più felice.

Negli anni ottanta McBain firma uno dei romanzi più belli della serie, Ghiaccio per l’87° Distretto (1983), ricco dell’abituale mix di violenza e ironia che caratterizza le sue storie. Negli anni novanta i romanzi dell’87° si fanno sempre più cupi, e lo scrittore confessa la sua difficoltà a tenere il passo con la violenza che sembra permeare ogni aspetto della nostra vita quotidiana. L’ultimo grande libro di McBain è Notturno (1997), forse il suo romanzo più cupo e disperato.

Nel settembre 2001 esce Money, in cui climax è un attentato in un teatro ad opera di un gruppo di estremisti islamici. Pochi giorni dopo, la realtà dimostrerà di essere ben peggiore della più macabra delle fantasie.

I romanzi degli anni duemila mostrano chiaramente che la sofferenza dei personaggi è la stessa dello scrittore (e forse anche dell’uomo, colpito dalla malattia): gli eroi sono stanchi, quasi sommersi da quel fango in cui sguazzano i criminali. Toccato il fondo, non resta che lo sberleffo: in Il rapporto scomparso e Il party prevale un’ironia amara che assume spesso connotati grotteschi.


McBain ha percorso un cammino simile a quello del regista Robert Aldrich: se i suoi poliziotti non arrivano a somigliare a quelli del film I Ragazzi del coro (1977), è pur vero che negli ultimi romanzi il dramma si stempera in un succedersi di colpi di scena determinati da un Caso beffardo.

Benché colpito dal cancro, lo scrittore continua a lavorare, prolifico e disciplinato come sempre. Il suo ultimo romanzo, Traditori, esce postumo, nel settembre 2005. E' il cinquantacinquesimo e ultimo dedicato a Steve Carella e ai suoi compagni.

Tra tanti romanzi dell’87° Distretto, è difficile indicarne uno in particolare come il migliore del ciclo. E forse la vena inesauribile che spingeva Evan Hunter a scrivere dieci ore al giorno gli ha impedito di scrivere un romanzo che si potesse definire un capolavoro, che avesse la statura del classico.

E’ probabile che lo scrittore se ne rendesse conto. Aveva detto: “Considero i miei romanzi dell’87° Distretto non proprio come libri a sé stanti, ma come tanti capitoli di una saga che terminerà quando sarà morto.”

Il 6 luglio 2005 la saga si è conclusa. E quell’unico, grande romanzo - il suo capolavoro - è finito.

Nel 2010 il paese di Ruvo Del Monte ha concesso a Evan Hunter la cittadinanza onoraria alla memoria. Se Ed McBain era uno pseudonimo (ma lo scrittore ne usò molti altri), “Evan Hunter” era il nome da lui assunto legalmente solo negli anni cinquanta. Hunter era figlio di genitori lucani immigrati negli USA da Ruvo, e il suo nome di battesimo era Salvatore Lombino.

Einaudi sta ristampando i romanzi dell'87° Distretto con titoli diversi da quelli delle edizioni Mondadori. Ecco quelli usciti finora.

Odio gli sbirri (1956), pubblicato da Mondadori come L'assassino ha lasciato la firma (primo romanzo del ciclo)
Fino alla morte (1959) come Tutti per uno all'87° Distretto
La voce del crimine (1960) come Chiamate Frederick-8024
Ninna nanna (1988) come Ninna nanna per l'87° Distretto
Canicola (1981) come Troppo caldo per l'87° Distretto
L'uomo dei dubbi (1964) come Tutto regolare, mamma

mercoledì 22 giugno 2016

MY BACK PAGES: CACCIATORI E PREDE (NN n. 39)

Nel vecchio sito avevo una sezione chiamata "My back pages", in cui avevo raccontato i "dietro le quinte" di alcune storie scritte molti anni prima. In occasione dei festeggiamenti per il venticinquennale di Nathan Never (potete seguirne l'andamento sia sul sito della Bonelli, che su Lo Spazio Bianco), ripropongo qui alcuni di quegli articoli. Partiamo con una storia a cui non sono particolarmente affezionato, affidata prima a un disegnatore, e poi materialmente realizzata da un altro. Si tratta di Cacciatori e prede, ovvero Nathan Never n. 39, agosto 1994. L'articolo risale al 2005.



A volte va bene, a volte va male. L’inizio della sceneggiatura di Cacciatori e prede fu particolarmente tormentato. La storia doveva essere disegnata da Pino Rinaldi, che mi aveva già messo sull’avviso: “Me devi da’ ‘na storia d’azione, io nun li vojo disegna’ seduti, se devono dare un sacco de bbotte, se devono mena’…” Quindi, decisi che i miei riferimenti culturali per questa storia sarebbero stati film sì di genere, ma anche di spessore. Ci siamo capiti: I guerrieri del Bronx di Enzo G. Castellari e cose del genere.

Mi sentivo molto sollevato: niente plot polizieschi con rompicapo da emicrania. L’idea della storia, una volta tanto, l’avevo già tutta in testa, dall’inizio alla fine. Un gruppo di liceali figli di papà, per una stupida scommessa, va nella zona proibita di Hell’s Island e ci rimane intrappolato. Nathan e Legs devono andare a recuperare i ragazzi, ma chiaramente le cose non vanno tutte per il verso giusto…