giovedì 3 dicembre 2015

THE INFIDEL (PIGMAN vs SUPERJIHAD) (2011)

In settembre è uscito, dopo un'attesa di due anni, il terzo episodio di The Infidel, fumetto "indy" di Bosch Fawstin. Lo recensii alla prima uscita nel 2011, ritenendolo imperdibile per due caratteristiche. Primo: è forse - anzi, quasi sicuramente - l'unico fumetto realistico/avventuroso dichiaratamente schierato contro l'Islam. Secondo: pur essendo un'opera "a tesi", è anche un ottimo fumetto, basato su una premessa intrigante e sostenuto da uno storytelling impeccabile. 


Killian e Salaam Duke sono due fratelli gemelli. Americani di origine albanese, sono entrambi mussulmani senza problemi fino all’11 settembre 2001. L’attentato alle torri gemelle li cambierà, in maniera radicale e irreversibile. Salaam diventa un sostenitore della jihad, mentre Killian si allontana dalla religione. E non solo: disgustato dal fanatismo islamico, realizza una serie a fumetti con un super–eroe, Pigman, che combatte ferocemente la Jihad…


Se avete letto Holy Terror e pensate che Frank Miller ci sia andato giù pesante con l’Islam, dovete leggere The Infidel .

Perché Holy Terror trasfigura il conflitto fra Occidente e terrorismo islamico in un selvaggio racconto “di supereroi”; e il lavoro di Miller è così irto di spigoli, grafici e contenutistici, che è quasi impossibile maneggiarlo criticamente. Ma per The Infidel il discorso è diverso. Perché The Infidel è una storia “di supereroi” solo a livello metafumettistico, quando ci presenta un “fumetto nel fumetto” realizzato da uno dei protagonisti. Ed è in primo luogo un lavoro autobiografico, in linea con quel tipo di storie che in Italia, a torto o a ragione, associamo ai volumi definiti graphic novel.

Il protagonista principale, Killian Duke, è l’alter ego dell’autore, Bosch Fawstin. Che, nato nel Bronx ma cresciuto nella fede mussulmana, con l’Islam ha qualche conto da regolare.

“Sono un mussulmano in via di guarigione”, così si presentava anni fa Fawstin, in un articolo per la rivista conservatrice Front Page Magazine. Fawstin, che considera la scrittrice e filosofa Ayn Rand il suo nume tutelare, è diventato ateo ed è un conservatore convinto. Realizza vignette satiriche che hanno come bersaglio soprattutto Barack Obama, ma anche il repubblicano “libertario” Ron Paul e Mitt Romney, accusati di appeasement (accondiscendenza) nei confronti degli avversari e della sinistra in generale. Ma è l’Islam il bersaglio principale di Fawstin. 

Non pensate di avere a che fare con il tipico fanatico razzista semianalfabeta. Fawstin conosce per esperienza diretta ciò di cui parla e sceglie con cura le parole. Che non per questo sono meno taglienti delle dichiarazioni “hard boiled” di Frank Miller.

Dal Front Page Magazine, così parlò Bosch Fawstin:

Fortunatamente per noi, l’Islam non è stato capace di rendere schiavo ogni mussulmano, così come il nazismo non è riuscito a trasformare ogni tedesco in un nazista. Perciò esiste l’Islam ed esistono i mussulmani. Quelli che prendono l’Islam sul serio sono in guerra con noi.

Un altro problema coi mussulmani che non sono veri mussulmani è che portano alcuni di noi a pensare che costoro praticano una forma “moderata” di islamismo. Non è così. Semplicemente, vivono la vita di paesi non mussulmani, in cui sono liberi di vivere come vogliono. Ma il loro Islam non è l’Islam. Questi mussulmani solo di nome non sono portatori di una ideologia separata. Non esiste un “Islam occidentale”.


La sola ragione per cui discutiamo dell’Islam è che non significa “pace”. L’Islam non è stato dirottato da una “minoranza di estremisti” l’11 settembre. È stato dirottato da una minoranza molto piccola di moderati, il cui imbarazzo nel vedersi associati a una religione tutt’altro che moderata li spinge a impegnarsi a moderare la verità; ragion per cui non ci sono utili come alleati. Colui che per noi è un buon mussulmano è un pessimo mussulmano per gli standard islamici.

Per la volontà di distinguere il nemico dai mussulmani che non ci minacciano, fin troppi commentatori occidentali hanno evitato di usare il nome Islam per l’ideologia del nemico, e invece hanno deciso di creare le proprie definizioni per la minaccia che affrontiamo; definizioni che però il nemico non conosce. Parole come fondamentalismo islamico, estremismo islamico, totalitarismo islamico (…) Non usavamo parole come nazismo radicale o estremismo shinto nel passato (…) Non abbiamo cercato di riformare lo scintoismo e il nazismo nella seconda guerra mondiale; i cambiamenti maggiori nelle rispettive culture sono avvenuti solo dopo che le abbiamo private della potenza militare.
Fin qui il Fawstin “politico”. Che poi si intreccia inestricabilmente con il Fawstin fumettista. Perché The Infidel è sì propaganda à la Frank Miller” (cioè sostiene una posizione “patriottica”e intransigente), ma è anche una “normale” storia a fumetti.

Come autore, Fawstin è giovane. Ha solo una pubblicazione al suo attivo (la graphic novel Table for One) e in The Infidel il suo segno, pur gradevole, ha esiti un po’ altalenanti. Ma le occasionali incertezze sono compensate da uno storytelling già sicuro; e che anzi, sfoggia in alcuni momenti soluzioni grafiche non banali e addirittura eleganti. Il tutto con la nitidezza e la leggibilità di un fumetto mainstream (e i dovuti omaggi ai maestri Alex Toth e Frank Miller).

Facile capire che il conflitto fra i protagonisti di The Infidel, i gemelli Duke, è prima di tutto quello di Fawstin con se stesso, combattuto tra l'educazione religiosa e la scelta dell’ateismo, tra le origini mussulmane e l’appartenenza all’occidente. Ma Fawstin riesce a sviluppare narrativamente il proprio conflitto e a renderlo intrigante. Anche perché, come abbiamo accennato sopra, la trama di The Infidel viaggia su due binari: quello della realtà, con le vicende dei fratelli Duke, e quello della finzione con le avventure del supereroe Pigman, un eroe tostissimo e badass a metà tra il Punitore (anche Pigman si chiama Frank) e Batman in versione Dark Knight.


È evidente il divertimento di Fawstin nel proporre sequenze supereroistiche “alla maniera di” (di Capitan America, in questo caso, l’eroe patriottico per eccellenza); cosa che tecnicamente si configurerebbe come parodia. Ma che, inserita nel contesto generale, parodia non è. E anzi, per la collocazione all’inizio della storia e per il congruo numero di pagine, la storia di Pigman provoca un curioso capovolgimento narrativo dentro The Infidel: rischia di trasformare l’avventura di Pigman nel vero oggetto della storia, e la vicenda reale dei fratelli Duke nel suo controcanto metaforico.


Pigman contro Bin Laden!

In conclusione, pur diversissimo da Holy Terror, The Infidel risulta altrettanto spiazzante e spigoloso, ma molto più difficile da liquidare semplicisticamente come sparata reazionaria.

Tant’è vero che il giornalista Rich Johnston, fondatore e anima del blog Bleeding Cool, fece un pubblico mea culpa per avere snobbato The Infidel al primo approccio. E dedicò al lavoro di Fawstin una recensione che, pur con tutti i distinguo possibili e immaginabili, è nella sostanza positiva.