Col tempo i gusti cambiano. Un film rivisto a distanza di anni non ci dà più le stesse sensazioni della prima visione. Ma i film di Sam Peckinpah li rivedo regolarmente, e ogni volta mi sembra di cogliervi qualcosa in più. Voglio la testa di Garcia, il film più cupo e disperato firmato dal regista californiano, è uno dei miei preferiti, insieme al Mucchio Selvaggio e a Sfida nell'Alta Sierra. Due anni fa rividi il film su Sky e scrissi questo pezzo.
Un ricco fazendero messicano noto come El Jefe mette una taglia sull'uomo che gli ha sedotto la figlia, Alfredo Garcia. Lo vuole vivo o morto. Nonostante lo spiegamento di forze disposto da El Jefe per la caccia, il seduttore è introvabile. Finché entra in scena Benny, un pianista squattrinato e disposto a tutto, che ha la soffiata giusta: Alfredo Garcia – che ha avuto anche una relazione con la donna di Benny, Elita – è morto. Benny ha un’idea. Aprire la tomba, decapitare il cadavere e portare agli uomini del Jefe la testa di Garcia. Ma quando Benny arriva al cimitero insieme a Elita, qualcosa va drammaticamente storto. E quello che doveva essere il colpo della vita per Benny diventa un cammino di vendetta punteggiato da cadaveri...
Difficile parlare di Voglio la testa di Garcia senza tirare in ballo le vicende biografiche del regista Sam Peckinpah, che arriva a dirigerlo dopo la catastrofe di Pat Garrett e Billy the Kid, sottrattogli dai produttori e sottoposto a un drastico rimontaggio. Fingiamo di non sapere che Peckinpah riversò in questo film tutta la sua frustrazione e la sua rabbia. E, non da ultimo, la consapevolezza di avere probabilmente imboccato un tunnel senza uscita. Peckinpah lavorerà ancora per dieci anni (Osterman Weekend, il suo ultimo film, è del 1984), ma Voglio la testa di Garcia sarà l'ultimo film realmente “suo”, cioè l'ultimo su cui il regista avrà il controllo fino in fondo.
